USA: Attacco a Boston. Il terrorismo ed il male sociale nel mondo.

La Nord Corea che paventa un attacco agli Stati Uniti, gruppi di terroristi pronti alla morte contro quella bandiera che sventola l’ebrezza della libertà ma che al tempo spesso paga lo scotto d’essere sotto l’occhio del ciclone per tutte le contraddizioni che regolano l’essenza stessa della propria libertà. Dietro questo identità forte, scomoda, talvolta irritante per il senso unico entro il quale guarda le cose, gli Stati Uniti d’America avanzano nel mondo tra crisi interna legata ad un debito pubblico asfissiante: oltre 16 trilioni di dollari, che veste la grande potenza mondiale della maglia nera, di un fardello enorme che cinge il PIL e lo avvolge al 107%. 

In Siria i gruppi armati, all’interno di una guerra civile senza senso, in un clima di disperazione, crescono, proliferano sotto l’occhio attento di chi non esita ad arruolare bambini, giovani. Il futuro è uccidere i “sporchi traditori della patria in nome di Dio”.

Nel mondo le avvisaglie di una globalizzazione fallita, che tenta invano una autocorrezione, imperversano e tristemente è internet che raccoglie gli sfoghi e la pochezza del singolo. Blog, facebook, twitter, sono mondi di profili frammentari che si perdono nell’individualità e in qualche tentativo vacillante di unirsi in qualche gruppo prima di cedere nuovamente sotto l’onda del nuovo. Il “nuovo” nell’era di internet è dinamismo continuo.

Dietro questo tentativo di mondo virtuale come unica alternativa ad un mondo che non funziona, dove la tecnologia se ne sbatte dei problemi di tutti i giorni e resta l’unico appiglio alla sopravvivenza ancor prima dell’acqua, le diversità la fanno da padrone sull’integrazione e c’è chi parla di guerra mondiale come rimedio alla crisi, alla difficile situazione, visioni paradossali per iniziare da capo e mettere un pò d’ordine all’entropia generata, irreversibile nell’irreversibile.

Questa sera leggo di quel che sta accadendo a Boston, dove una Maratona, in una delle gloriose cittadine statunitensi, si macchia di sangue. Qui il sangue sfocia sulle pagine dei giornali, e litri d’inchiostro si mischiano al rosso della tragedia, per cercarne un senso. 

Si legge di bombe, esplosioni, di città nel panico. Arrivano le prime notizie di feriti, nello sconforto si cerca di far riaffiorare sprazzi di lucidità e ragione, il punto forte e fermo del cittadino statunitense, così debole per certi versi eppure così ostinato a riprendersi nel nome della propria identità, una identità  orrida per gli integralisti asiatici, bastarda ed incivile per le sinistre rivoluzionarie latine, blasfema per i musulmani dispersi nel mondo. Arrivano inevitabili i primi bilanci. Morti, feriti, sangue, drammi. 

Tra pochi minuti seguirà l’intervento del Presidente Obama, che parlerà alla Nazione. Le prossime notizie inutile che stiamo ad elencarle. Tantovale scriverle subito perché saranno semplicemente condimenti si poco conto ad una minestra che dire riscaldata è poco. Dramma, dolore, unità, tutte reazioni umane, perché questo siamo. Siamo scontati e come tali le conseguenze e le misure correttive adottate, verbalmente e non, verso i responsabili.

Sarà fatta giustizia? Difficile capire dove stia questa giustizia quando pochi giorni fa leggevo di alcuni comportamenti subdoli degli stessi USA. Che s’impegnino a cercare ricchezza e PIL in campagne preventive, che si impegnino con fiori laddove sostengono guerre con ogni tipo di armamento. Che la smettano di giocare la gatto col topo con Cuba, un’isola caraibica che ha fatto del blocco il proprio fiore all’occhiello, che sospendano quelle ingiustizie, tra Guantanamo, l’embargo, brevetti miliardari rubati di sana pianta a colossi per tradizione e qualità quali Cohiba e Havana Club dietro a ingiusti cavilli legali. Che la smettano una buona volta, anche per mano di un Presidente, per l’appunto Barack Obama che ad oggi è il più deludente della storia. Un Presidente che doveva sacrificarsi per dare l’esempio e che invece non ha il coraggio di osare, di prendere parte e posizione. Obama è un uomo, un semplice uomo, rivestito della carica di presidente, ma tanto è lontano da personaggio storico di rilievo quanto manca di coraggio nel cercare di rimediare alle logicità di facciata e alla pochezza di altri popoli. Gli Stati Uniti sono tecnologicamente ed economicamente superiori, irraggiungibili, potrebbero fregarsene di Cuba e di Fidel Castro e vivere una nuova era, di pace, evidenziando le contraddizioni cubane lasciandoli semplicemente fare. Ancora meglio collaborare. Cuba sarebbe la meta turistica dei turisti in cerca di qualche avventura, un pò di sole, spensieratezza e quattro pensieri al vento. Sarebbe lido caldo di storia e di cultura ma non sarebbe più un nemico, sulla carte. E i cittadini cubani, come il resto dei latini, penserebbero poi a fare il resto, tra le insegne dei tipici connotati all’insegna  del folklore e dell’improvvisazione, del sentiment e del pathos più che sulla logica e ragione,  dell’imprevedibilità quanto dell’irruenza, dell’instabilità quanto dell’incertezza su cui sono basate i governi latini, sovente manichini corrotti all’insegna d’una stessa bandiera. Burattini e burattinai.

E forse, pensare meno all’industria della difesa, al controspionaggio, ai servizi segreti, alle guerre, sarebbe il primo segnale per concentrarsi sulla Maratona di Boston in tutta tranquillità senza lo spauracchio perpetuo del terrorismo. Quel terrorismo che è la becera quanto naturale conseguenza che si genera dietro questa politica spavalda di correzione delle diversità etniche. I costumi societari sono difficili da smantellare e non tutto deve necessariamente essere yankee style. E’ da qui che dovrebbe partire il pensiero di Obama. 

 

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L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

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