Storie di corruzione – Odebrecht continua a scuotere l’America Latina

In sintesi Odebrecht è una impresa di costruzione, da cui i propri interessi si dipartono in decine di diverse ramificazioni, di proprietà Brasiliana. Una società che ha cercato di primeggiare ovunque per numero di mazzette ed appalti truccati.

Odebrecht si è spinta in tutto il mondo. Arrivano le tangenti ad aprire la strada e poi via libera ai grandi progetti. Non importa siano eco-sostenibili o meno. L’importante è costruire, guadagnare.

Sono disponibili cifre iperboliche e dati a testimonianza della vastità dell’opera di corruzione portata avanti in tutto il mondo. Ma proprio come vale per la punta di un iceberg, i numeri emersi saranno di ben lunga inferiori a quelli reali. Quindi quei 2400 milioni di euro in tangenti all’interno di elaborati schemi e scatole cinesi per non rendere rintracciabili i fondi e impossibili da individuare ed accusare gli attori di questa organizzazione, non possono che essere una minima parte. E così il patteggiamenti per 3,5 miliardi di dollari con il governo statunitense.

Ad esempio in Messico poco si sà ormai delle accuse lanciate al Presidente Enrique Peña Nieto, che sin dal 2010, quand’era candidato, aveva incontrato in più occasioni lo stesso Marcelo Odebrecht, ex CEO della compagnia, ad oggi condannato a scontare 19 anni di corruzione, associazione a delinquere e riciclaggio di denaro. In questo caso alcuni milioni di dollari avrebbero finanziato, in cambio di favori, la campagna elettorale dello stesso Nieto, attraverso un giro di imprese petrolchimico e filiali facenti capo a Obredecht.

Nel complesso, l’operazione Lava Jato, in italiano Operazione di autolavaggio, inizia nel 2014 e continua a perdurare, grazie alle prime ammissioni, alla polizia federale brasiliana, del pentito Alberto Youssef, un immigrato libanese che ha dedicato tutta la propria vita al riciclaggio, diventando personaggio di spicco  di queste attività bancarie illecite.

ironia sull’operazione di riciclaggio Lava Jato – by thisiscuba.net

Ma è propria nella fitta rete di riciclaggio che si perdono fondi, mazzette. Ben mascherati da stanziamenti in conti blindati, prestanome e società blindate, si sono mossi ben mimetizzati moltissime figure di spicco politiche, in grado con la complicità di una ampia rete di corrotti , di gestire un vero e proprio secondo governo, nascosto ma ben radicato e strutturato ogni qualvolta la macchina doveva muoversi per vedersi commissionare imponenti appalti.

La Petrabras brasiliana e la politica stessa sembravano ormai essere fusi in una sola cosa, dove ogni politico non poteva scappare. Lo stesso Marcelo Odebrecht aveva detto chiaramente agli ex Presidenti brasiliani, Luis Inacio Lula da Silva e Dilma Rousseff, che l’affare Petrobas non doveva essere toccato. Renderlo instabile voleva dire far cadere il governo brasiliano. E non a caso il Brasile, del nuovo presidente Temer (indagato anch’egli) continua con la pressione al petto e non riesce a risollevarsi dalla crisi e scandali. 

E in Repubblica Dominicana? Odebrecht arriva anche sin là. 92 milioni di dollari accertati in mazzette distribuite, senza tener conto dell’incredibile progetto di Punta Catalina, che avanza ed è l’effige della corruzione della splendida isola caraibica di Hispaniola, che vuoi per l’educazione delle nuove generazioni, che per la corruzione dilagante, sta infangando di fatto la propria natura ed il proprio ecosistema, mettendo a rischio la crescita della seconda voce del proprio bilancio, cioé il turismo.

L’operazione di Punta Catalina è un progetto rischiosissimo e pericoloso per l’interno ecosistema dominicano. Un popolo che cerca, con i pochi strumenti democratici che possiede, di reagire alla corruzione con il movimento della Marcha Verde, dietro il quale però si nascondono, paradossalmente luci ed ombre corruttive. Più che democrazia infatti, in Repubblica Dominicana, si nasconde un governo oligarchico in cui sguazzano squali mafiosi e senza scrupoli. 

Sarà priorità raccontarvela nel prossimo articolo, in quanto la vicenda in Italia, è stata riportata solo da l’Espresso con un articolo del giornalista Luca Manes.

 

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