Storie del termine CRISI nel 2012

Possiamo osare dicendo che è il termine “crisi” ad inglobare il pensiero dell’anno, o meglio, degli ultimi anni, nella mente degli italiani?

Tutti pensiamo al termine crisi, ma…a cosa pensiamo esattamente quando ci riferiamo a questa “crisi”?

E’ una cassa di risonanza quando ci accorgiamo che quel che vorremo non è ammortizzabile dai nostri effettivi averi?

Ma quel che vorremo è lecito o meno? Crisi è pertanto legata ad una necessità elementare o ad una sofisticata elaborazione del sé e ancora ad una interpretazione della società errata e pretenziosa?

Crisi è una sorta di utopia verso quel che si vorrebbe avere nel mondo dei sogni, è una distorsione del necessario garantito?

Crisi è presunzione, ostentazione, idealismo, ipocrisia, diritto e dovere, indignazione, ingiustizia?

Quanti significati differenti, quante interpretazioni contrastanti, quante domande e quante differenti risposte  incorpora la parola crisi? Non lo sappiamo, ma sappiamo che genera altrettanti dubbi, altrettante certezze.

Crisi è anche disperazione e difficoltà. Crisi è soluzioni, inventiva, determinazione, sacrificio.

Nei significati la crisi si apre a ventaglio e tutti protagonisti d’un contesto da noi stessi creato, ci dibattiamo per lasciarlo alle spalle.

Ognuno ha riflettuto sul termine, lo ha contestualizzato all’interno delle dinamiche della propria esistenza e ha trovato delle soluzioni fai da te per cercarlo di debellarlo.

Il termine crisi ha valenze completamente diverse, vissute all’interno di un preciso contesto sociale.

Crisi la si può estendere su diversi piani ed aspetti, dal 2008, o meglio dai subprime del 2007 è riferita al contesto finanziario che si è riversato su quello economico contribuendo di fatto alla grave recessione in termini globali. Perché in un mondo sempre più piccolo, dove le distanze sono assottigliate ed ammortizzate dalle tecnologie, il filo conduttore diventa arma a doppio taglio e anche gli stessi virus economici contagiano rapidamente i mercati di tutto il mondo.

Quindi strumenti speculatori d’alta finanza, aumento del costo delle materie prima, livelli elevati d’inflazione, crisi creditizia hanno dapprima inflitto duri colpi ai PIL delle più importanti realtà economiche e poi impedito una ripresa economica, accentuando piuttosto la stagnazione quale strumento di malessere e elevato rischio d’una accelerazione in termini di recessione.

Le scelte dei governi si riflettono su popoli perlopiù disorientati, non più abituati a concedersi qualcosa in meno, quanto piuttosto adagiati ad aumentare i costi fissi dei propri sfizi e di una qualità della vita che ad onor del vero eccedeva il budget di spesa consentito.

Crisi è anche l’occasione per il singolo di ragionare, di capire i meccanismi che regolano il valore del denaro, non più percepito come uno strumento retributivo in cambio d’una prestazione lavorativa, ma vincolato a degli equilibri talora precari e da una distribuzione della ricchezza globale che mai come in questo periodo s’addensa in mano a pochi individui, gruppi, multinazionali.

Il sistema vincente del libero commercio così come lo abbiamo inteso fatica a trovare le giuste contromisure alla crisi. Nei bei tempi pareva d’aver trovato la giusta ricetta per creare ricchezza e vincere la povertà. Ora pare lampante il contrario. Un sistema che genere ricchezza e che al medesimo tempo accresce la povertà. Pare un controsenso ma è proprio così.

Avvisaglie d’ingiustizia si trovano nella forza lavoro. Il reddito non produce alcuna ricchezza, ma piuttosto è direttamente correlato alla mera sopravvivenza. I ricchi sono coloro che possono godere d’uno stato patrimoniale importante, accumulato nel corso degli anni passati, e consistente soprattutto in immobili. Bankitalia fotografa un Paese dove sono gli anziani i ricchi ed i giovani sono i poveri.

In questa situazione sono gli stessi padri e nonni a “finanziare” la gioventù nostrana. Se le ingenti proprietà ed attività finanziarie d’accumulo aiutano a contrastare le passività, il 50% delle famiglie di nuova generazione arranca, tra precarietà, debiti rappresentanti quasi sempre da un mutuo insostenibile.

E tradotto in termini ancora più tristi, la generazione attuale sembra una generazione di passaggio, che ha poco da dire e che non è in grado di scolpire la propria immagine. Passerà quasi inosservata, banale. Non lascerà alcun segno se non quello dell’ingiustizia. I giovani ricchi lo sono di riflesso, parassiti sociali che sfruttano vite di generazioni vissute, in grado di costruire qualcosa, accumulare, mettere via e creare disequilibrio. Questi giovani potranno spendere. Gli altri pur lavorando non saranno più in grado d’accumulare o di contrastare e bilanciare la ricchezza già esistente. Saranno figure che non otterranno molto in questa società, così com’è disegnata.

I giovani valorosi saranno i più precari. Le più grandi realtà intellettuali saranno anche quelle che dovranno in molti casi lasciar perdere ogni forma d’arte, d’espressione, per uniformarsi all’esercito dei lavoratori che arrancano nel grigiore d’una società monotona per arrivare la sabato e starsene in quella casa per la quale lottano.

In mezzo ad una descrizione di questo tipo inizia a disegnarsi il quadro del termine crisi e comunque lo si disegni va via ad alimentarsi il termine collera.

Crisi è anche consapevolezza di disequilibrio. E’ anche sapere guardare situazioni diverse da quelle che ci toccano in prima persona. E’ anche capacità di cogliere privilegi in cui abbiamo sguazzato, è anche capacità di valorizzare le nostre cose   senza mescolarle  ai mille vizi d’una società che ci disegna con marchi che invadono la nostra testa e quel  lato d’inconscio che influisce sul nostro modo di pensare.

Crisi per un impresario è sopperire a difficoltà finanziare con conseguente tagli in investimenti e personale. Crisi è per un operaio, un dipendente un potere d’acquisto in netto calo. O è una lesione alla propria integrità morale, l’umiliazione di perdere il posto di lavoro amato e dover mostrare  le difficoltà alla propria famiglia.

Se la crisi economica è quindi a doppio risvolto e drammatica nelle conseguenze di maldistribuzione delle risorse che ci offrirebbe equamente il Paese, dall’altro è la possibilità di dare il via ad una ripresa della propria coscienza, dietro cui ci siamo abituati, a lottare, paradossalmente con il notebook in mano.

 

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L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

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