Breaking News L'editoriale — 23 gennaio 2017
Semplicemente Fidel

Dare l’annuncio della morte, rappresentava un sito in più che si gettava a capofitto nella ripetitività delle breaking news e riempire spazi con banalità e ipocrisia. 

C’era tanta voglia di condividere sentimenti che non hanno nulla a che fare con la sindrome di Stoccolma o con l’idolatrare l’ennesimo personaggio bufala. Qua si tratta della fine di un personaggio che ha fatto un’epoca. Predicato bene e razzolato male non sono certo io a dirlo e nemmeno i tanti giornalisti che subentrano nella morale comune e fanno il discorsetto sul giusto e sbagliato. Ed i giornali si buttano, Fidel resta. Perché? Perché è semplicemente Fidel, una persona che ha fatto quello che ha voluto scrivendo senza condizionamenti, con coraggio una storia difficile e complicata, unica, uno di quei poemi che lasci ben in evidenza nella libreria di casa, se solo hai avuto la fortuna di leggerlo.

Non ci soffermiamo sul dopo-Fidel. Lo abbiamo chiarito anni fà e chi lo fà ora probabilmente non conosce ciò che è già stato programmato anni fà in previsione di questo momento. 

Il dopo Fidel sono i poveracci di Miami. Tutta la comunità di cubani di Miami, che come punto focale si estende ai quattro lati del pianeta a ritmo di reggeaton e sculettamenti viscidi e vuoti, sostituendoli, in un vuoto di pensiero e d’intelligenza storica alla Bayamesa. Le comunità di cubani e cubane fatte d’opportunismo, che sostituiscono al valore del Granma quello degli yatch tutta musica, champagne e belle donne i tipici cinque minuti che usano le star latino americane che ora si riversano nell’Isola. 

Il dopo Fidel deve avere timore solo degli errori evidenti che vi sono indipendentemente dalle manovre politiche ed economiche del nemico. Quegli errori che non é riuscito ad estendere alle masse il valore del valore, creando all’interno d’un socialismo che Volker Skierka chiama correttamente fidelismo caraibico, una mentalità imprenditoriale volta a valorizzare ed arricchire il sistema stesso. Qui muore il fidelismo, facendo fede alla buona attitudine del latino ad esasperare le differenze sociali più che a compartire le proprie ricchezze.

Per quel che ho potuto personalmente tastare, la classe politica cubana volge all’insegna della correttezza, ma non mi esimo dal dire che è da qui che sguazzano enormi interessi, capitali statali i cui utili finiscono solo in parte nelle casse del popolo. Alla faccia dell’embargo. Ma Fidel ha tentato fino alla fine di autocorreggersi, di colpire i colpevoli con autorità ma mai per il sol gusto di farlo. Fidel ha ispirato alla riflessione, senza badare tanto alle stime di Forbes , la Novella 2000 d’oltreoceano. 

Di Fidel sono le immagini quelle che restano alla memoria, oltre che alle idee che abbiamo elaborato e cercato nel nostro piccolo di portare avanti con l’informazione, le idee che abbiamo maneggiato per incastonarle nella complessa realtà del nostro mondo, confrontarla e trovarle spazio nelle logiche di mercato, imperialiste e di globalizzazione che governano il mondo intero e lo spaccano in segmenti di estrema povertà o estrema ricchezza.

Per noi dove vi è ingiustizia vi è semplicemente Fidel, quell’uomo barbuto giovane e forte che ha teorizzato una rivoluzione e l’ha portata avanti spalleggiando contro un nemico potente e a tratti parso invincibile. Il prodotto della Rivoluzione non sta nella perfezione della società, ma nella definizione di idee forti e di rispetto per gli altri, creando anche per gli altri la possibilità di coesistere in un mondo vivibile e non di pavoneggiare ed ostentare la ricchezza come simbolo del successo.

Sbagliano pertanto i cronisti di casa nostra e di mezzo mondo ad analizzare la Rivoluzione di Fidel analizzandola in termini di PIL o libertà individuale. La libertà individuale si misura anche monitorando gli eccessi, i consumi e gli sprechi con logiche di capitale umane volte a dilazionare le risorse con rispetto ai poveri del mondo.

Se mai avete avuto modo di viaggiare in aereo, come i più avranno fatto, abbiamo avuto modo di guardare la nostra terra da un’altra prospettiva. Li le case, i villaggi, i corsi d’acqua, i campi, le risorse, le differenze sociali, scompaiono. Li si amplificano i concetti elementari che rimbombano di uguaglianza, natura, rispetto sociale. 

Vorrei colpire quelle immagini che restano, d’una Miami che esulta. Restano le immagini di un Berlusconi che alla televisione rimprovera il Presidente della Repubblica italiano d’ aver espresso parole di troppa solidarietà per la morte di un comunista, “colpevole di oltre 100 mila omicidi e 20 mila desaparecidos”.  Il Berlusconi cui la storia dice d’aver fatto fallire un sacco d’aziende come imprenditore, d’essersi arricchito con l’unica azienda vincente con l’aiuto di amicizie legata presumibilmente agli ambienti mafiosi e d’aver fallito nella vita politica, in cui ´entrato in modo prorompente facendo leva sull’utilizzo della “plata” piu che sulle virtù in materia, la stessa metodologia che ha portato il narcotrafficante Pablo Escobar al parlamento colombiano per mirare alla Presidente della Repubblica. Ma anche negli anni bui la Colombia era nulla a confronto del parassitismo e omertà italiana. Restano poi le parole del li(ea)der ma non di certo maximo, della sinistra italiana, Saviano, che sentenzia impietoso il fallimento dell’intera vita di Castro all’insegna di un tradimento dei propri ideali. Ecco, è tutto questo parlare a proposito, blaterare, insinuare, che rende semplicemente grande Fidel. Per abbatterlo servono le menzogne e le peggiori insinuazioni, ma il tentativo resta vano e scompare dietro al nulla fatto di fumo che impersonifica la pochezza di chi parla. Perché abbattere Fidel è impossibile. Perché è semplicemente Fidel.

Cosa ha fatto lo hanno scritto e oggi è solo il momento giusto per omaggiarlo e non per trarne una breve e rapida biografia. Fidel non lo si può conoscere dai libri di storia, lo si può iniziare a conoscere da quel che ha lasciato. Vi chiederete povertà, miseria, prostituzione? No, ha lasciato un grande tocco d’orgoglio, umano, una pennellata d’arte a Cuba. Lo si tocca solo se ci si eleva a concepire la società in termini che non siano di opportunismo o mero capitalismo. Discorsi che in un mondo come quello odierno, sembrano sempre più disparati. E parlare di dittatura a Cuba è smentito in primis dalla ricchezza artistica che hanno dipinto l’isola rendendola poesia, ritratto, musica e poesia. Anche speranza. Benjamin Greene individuava in un sistema che non favorisce l’espressione creativa dei bambini e non incoraggia le loro abilità uniche uno dei più grandi crimini della società stessa.

E quindi, a voi signori, l’audace scelta di spegnere, con le vostre penne, con i vostri insulti, Fidel. Mi dispiace solo non siate riusciti a coglierne l’importanza  semplicemente ed indipendentemente da Fidel.

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L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

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