L'editoriale — 24 agosto 2010

[segue da Parte II]

c) Tensioni e Problemi: se finora i tre film trattati avevano mostrato numerosi tratti in comune, al momento di trattare le inquietudini che tormentano i protagonisti e le “soluzioni” da loro trovate, i percorsi si dividono. Ciascuno di questi viaggi narrati costituisce una Bildungsroman (romanzo di formazione) a se stante, perché ogni persona impara dal suo peregrinare in terra cubana cose diverse rispetto agli altri, pur sperimentando le stesse esperienze e situazioni.

In Guantanamera la contrapposizione problematica che regge l’intero film si basa sul dualismo Amore/Vita vs. Morte: Cándido e Georgita saranno amanti per tutta la vita, riuniti dalla morte, e, al tempo stesso, la morte di Adolfo libera Gina e le dà la possibilità di vivere il nuovo amore con Mariano. Oyà ed Iku spezzano i legami e fanno “pulizia” del mondo, come nel mito del diluvio che viene raccontato.

Nel film viene anche delineata la figura del burocrate sovietico, così paradossale da sembrare una macchietta: rigido pianificatore, amante delle scartoffie e poco rispettoso dei sentimenti altrui. Adolfo, difatti, non si farà troppi scrupoli a dire che la zia Georgita è morta di “putería”, ovvero ad accusarla di facili costumi; né, allo stesso modo, avrà pietà del dolore dei familiari dei defunti nel sviluppare la sua idea sui funerali.

La vita di coppia tra Adolfo e Gina appare tesa e segnata da ferite passate. Dal dialogo tra Gina e la zia scopriamo che egli è stato “tronado” ma che ancora gli restano “buone relazioni”, che si trova in una di “quelle riunioni” e che (ironicamente) “adora La Habana”. Un po’ per compiacere il tirannico marito e un po’ per vigliaccheria personale, Gina ha smesso di insegnare economia, ha rifiutato la proposta di tenere un programma alla radio di “educazione alla gioventù” e conduce una vita dimessa, rinchiusa in casa, senza godersi i piccoli piaceri della vita e la propria femminilità. Ne emerge un quadro sconfortante: in Adolfo dominano il machismo, la gelosia e il desiderio di possesso/controllo, sebbene la Rivoluzione e i suoi burocrati avrebbero dovuto lavorare in senso contrario per garantire pari opportunità a uomo e donna. Il machismo di Adolfo sfocia pure in violenza quando, a Santa Clara, vede Gina indossare il vestito che aveva acquistato con Georgita. Più tardi, durante una furiosa litigata fra i due, scopriamo che essi hanno una figlia, fuggita a Miami perchè stanca di dover leggere articoli e frequentare gli intellettuali della perestrojka a insaputa del padre, che la controllava continuamente. La storia di Adolfo e Gina contiene tutti gli elementi necessari per lanciare una forte critica alla società e alla politica cubana.

Il problema dell’economia sommersa dei cubani (mercato nero, prodotti che si comprano solo in dollari, paladares clandestini) viene invece messo in luce dai “traffici illeciti” del tassista.

In Miel para Oshún, Roberto è un cubano-americano di Miami, ma di cubano non ha nulla: portato via dal padre da ragazzino, ha dimenticato cosa significhi vivere nell’isola e pertanto le sue radici. La sua condizione di sradicato lo tormenta a tal punto da spingerlo a tornare, ma effettua il viaggio solo dopo la morte del padre, figura da cui è sempre stato influenzato.

Abbandonare Miami e il padre per tornare a Cuba dalla madre significa ritrovare le proprie radici e dunque se stessi. Il suo essere mezzo cubano e mezzo yuma lo farà sentire sperduto, straniero ovunque: conosce la religione yoruba e la letteratura sudamericana solo per aver tenuto dei corsi all’università (studiare non restituisce la cultura perduta, purtroppo..), si farà truffare dal tassista, si farà derubare di zaino e bicicletta e si ritroverà a (mal)sopportare i disagi dei trasporti e della polizia.

Il suo sfogo pubblico a Gibara incontrerà la pronta risposta del tassista: hai problemi? Pure io io ho problemi, tutti hanno problemi.. non sei il solo, ingenuo turista che ha sempre vissuto nel benessere, ad averne. Veniamo a sapere che l’autista aveva un figlio di 20 anni, morto in un incidente; la cugina vive con 300 MN grazie al suo lavoro di restauratrice, che non gli bastano per arrivare a fine mese, ha perso l’amore e i suoi quadri non sono stati apprezzati dalla critica; la vicina di casa esce tutte le notti con uno straniero diverso sperando di trovare quello che la faccia uscire dal paese, e via dicendo. Gli abitanti di Gibara ascoltano in silenzio.

Roberto è confuso anche in merito al giudizio sui propri genitori: chi dei due è responsabile del suo sradicamento? All’inizio accusa la madre, poi il padre, infine scopre che le relazioni di coppia spesso nascondono segreti e problemi così complessi da non poter essere divisi da un giudizio netto. Evidentemente, come gli fa notare la cugina, entrambi pensavano di essere nel giusto e di desiderare il meglio per il figlio.

Viva Cuba assume come osservatorio privilegiato sul mondo il punto di vista di due bambini, Malù e Jorgito. Tale scelta consente allo spettatore di osservare il mondo degli adulti dal di fuori, mostrandone tutte le ipocrisie, le ideologie antiquate, gli odi e i litigi senza fondamento. Non che i bimbi non litighino, chiaro, ma almeno si sforzano di andare d’accordo perché “gli amici sono sempre amici, anche quando litigano”.

La madre di Malù è una cattolica ipocrita, che ostenta arie di superiorità e fervore religioso sebbene sia divorziata e risposata; si crede povera in canna pur avendo una casa ben arredata e passa tutte le estati a Varadero, grazie alla sua relazione con un americano. “Qui non si possono pagare detective privati, e nemmeno corrompere l’esercito!”, dirà fra le lacrime al marito statunitense (..lasciando intendere che negli USA questo sia permesso!!). Dall’altra parte della barricata -pardon, della strada- vive Jorgito con i suoi genitori, ridicoli in senso opposto: la madre è isterica e poco affettuosa, mentre il padre è un muratore ateo e comunista, “devoto” al partito e molto meno alla famiglia. Le due famiglie, al di là dell’ostilità reciproca dovuta a due ideologie apparentemente inconciliabili, condividono pregiudizi simili riguardo ai ruoli maschili e femminili nella società, segno di un machismo diffuso e mai eliminato del tutto. Vengono ripresi in questo modo alcuni temi di Guantanamera, ma l’atmosfera lugubre del período especial lascia spazio alla fiducia nelle nuove generazioni, capaci di superare le differenze ideologiche, religiose e sessuali per creare una Cuba migliore. Emblematica è a tal proposito la scena in cui le porte delle case rivali si chiudono: su quella di Malù c’è scritto “Señor, aquí está tu casa” e in quella di Jorgito “Aquí está tu casa, Fidel”. La realtà sfocia nel ridicolo, meno male che i bimbi guardano avanti e si allontanano insieme mano nella mano.

Il problema principale attorno al quale ruota l’intero film trova analogie con quello di Miel para Oshún: è giusto che un minore venga portato via da Cuba senza ascoltare la sua opinione? La vicenda di Elián González risale agli anni 1999-2000, mentre i due film sono di poco posteriori (2001 e 2005). Forse tale questione etico-politica, che mosse all’epoca l’opinione pubblica di tutto il mondo, ha trovato diretto riscontro anche nella cinematografia. Spesso gli adulti sono egoisti e non capiscono che privare i propri figli degli affetti più cari significa far loro un torto enorme. L’ignavia del padre di Malú, che invece di prendersi cura della figlia che sta a La Habana ha preferito ritirarsi da eremita nel punto più estremo di Cuba, è anch’essa, in tal senso, una colpa.

d) Scoperte Interiori: questi road-movies non operano soltanto una critica al negativo, ma offrono anche delle proposte costruttive per superare i problemi insiti nella politica, nella società e nella famiglia cubane.

In Guantanamera, il socialismo sovietico iperrazionalista deve trovare uno sbocco nell’amore per l’umanità per non morire. Tutti coloro che possono cambiare la situazione presente sono chiamati a prendere una posizione nella vita, senza temere o rassegnarsi. “Cándido, estoy casada” dirà Gina; “No, estás ciega” ribatte lui: è necessario cambiare la propria vita pubblica e privata per rendere se stessi e il mondo migliori di prima e continuare a sognare. Anche in amore.

In Miel para Oshún Roberto reincontra la madre e la sua terra, rappacificandosi con entrambe oltre che con se stesso. La madre e la patria sono elementi indispensabili per non crescere da sradicati.

Viva Cuba riprende, come ho detto sopra, le problematiche e le proposte degli altri due film e ne aggiunge delle altre. La prima aggiunta è costituita dalla contrapposizione Socialismo vs. Religione, che altro non è che un contrasto apparente. Come afferma Frei Betto, il cristianesimo non si oppone al socialismo, anzi, egli stesso sostiene Cuba e si definisce un “socialista cristiano”. É pertanto necessario andare oltre lo stereotipo tradizionale comunistas vs. creyentes per creare una società più unita e vincente. La seconda contrapposizione, Uomo vs. Donna, è vecchia come il mondo ma va risolta perchè la coppia vada d’accordo. Il difficile è giungere a un compromesso fra le parti e imparare a sopportarsi. Si spera che le nuove generazioni, rappresentate da Malù e Jorgito, siano, in tal senso, migliori.

I tre film, sebbene differenti per data di produzione e -in parte- per i temi trattati, hanno tutti come scopo comune di operare una critica a 360° della società e della politica cubana, fornendo allo stesso tempo degli spunti costruttivi.

Tra il primo film, Guantanamera (1995) e l’ultimo, Viva Cuba (2005) passano dieci anni di storia cubana e le opere riflettono questi cambiamenti in atto.

Quello dei road-movies cubani è un viaggio cinematografico che abbraccia lo spazio e il tempo, offrendo sempre uno sguardo ironico e critico per leggere il mondo e tendere così verso il futuro.

Bibliografia

Frank Padrón, Sinfonía inconclusa para el cine cubano, Editorial Oriente, Santiago de Cuba, 2008.

Filmografia

Cecilia, di Humberto Solás, 1980;

Hello Hemingway, di Fernando Pérez, 1990;

Doble Juego, di Rudy Mora, 2002;

El Vals de la habana Vieja, di Luis Felipe Bernaza, 1988;

Madagascar, di Fernando Pérez, 1994;

Lista de Espera, di Juan Carlos Tabío, 2000;

Guantanamera, di Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabío, 1995;

Miel para Oshun, di Humberto Solás, 2001;

Viva Cuba, di Juan Carlos Cremata, 2005.

c) Tensioni e Problemi: se finora i tre film trattati avevano mostrato numerosi tratti in comune, al momento di trattare le inquietudini che tormentano i protagonisti e le “soluzioni” da loro trovate, i percorsi si dividono. Ciascuno di questi viaggi narrati costituisce una Bildungsroman (romanzo di formazione) a se stante, perché ogni persona impara dal suo peregrinare in terra cubana cose diverse rispetto agli altri, pur sperimentando le stesse esperienze e situazioni.

In Guantanamera la contrapposizione problematica che regge l’intero film si basa sul dualismo Amore/Vita vs. Morte: Cándido e Georgita saranno amanti per tutta la vita, riuniti dalla morte, e, al tempo stesso, la morte di Adolfo libera Gina e le dà la possibilità di vivere il nuovo amore con Mariano. Oyà ed Iku spezzano i legami e fanno “pulizia” del mondo, come nel mito del diluvio che viene raccontato.

Nel film viene anche delineata la figura del burocrate sovietico, così paradossale da sembrare una macchietta: rigido pianificatore, amante delle scartoffie e poco rispettoso dei sentimenti altrui. Adolfo, difatti, non si farà troppi scrupoli a dire che la zia Georgita è morta di “putería”, ovvero ad accusarla di facili costumi; né, allo stesso modo, avrà pietà del dolore dei familiari dei defunti nel sviluppare la sua idea sui funerali.

La vita di coppia tra Adolfo e Gina appare tesa e segnata da ferite passate. Dal dialogo tra Gina e la zia scopriamo che egli è stato “tronado” ma che ancora gli restano “buone relazioni”, che si trova in una di “quelle riunioni” e che (ironicamente) “adora La Habana”. Un po’ per compiacere il tirannico marito e un po’ per vigliaccheria personale, Gina ha smesso di insegnare economia, ha rifiutato la proposta di tenere un programma alla radio di “educazione alla gioventù” e conduce una vita dimessa, rinchiusa in casa, senza godersi i piccoli piaceri della vita e la propria femminilità. Ne emerge un quadro sconfortante: in Adolfo dominano il machismo, la gelosia e il desiderio di possesso/controllo, sebbene la Rivoluzione e i suoi burocrati avrebbero dovuto lavorare in senso contrario per garantire pari opportunità a uomo e donna. Il machismo di Adolfo sfocia pure in violenza quando, a Santa Clara, vede Gina indossare il vestito che aveva acquistato con Georgita. Più tardi, durante una furiosa litigata fra i due, scopriamo che essi hanno una figlia, fuggita a Miami perchè stanca di dover leggere articoli e frequentare gli intellettuali della perestrojka a insaputa del padre, che la controllava continuamente. La storia di Adolfo e Gina contiene tutti gli elementi necessari per lanciare una forte critica alla società e alla politica cubana.

Il problema dell’economia sommersa dei cubani (mercato nero, prodotti che si comprano solo in dollari, paladares clandestini) viene invece messo in luce dai “traffici illeciti” del tassista.

In Miel para Oshún, Roberto è un cubano-americano di Miami, ma di cubano non ha nulla: portato via dal padre da ragazzino, ha dimenticato cosa significhi vivere nell’isola e pertanto le sue radici. La sua condizione di sradicato lo tormenta a tal punto da spingerlo a tornare, ma effettua il viaggio solo dopo la morte del padre, figura da cui è sempre stato influenzato.

Abbandonare Miami e il padre per tornare a Cuba dalla madre significa ritrovare le proprie radici e dunque se stessi. Il suo essere mezzo cubano e mezzo yuma lo farà sentire sperduto, straniero ovunque: conosce la religione yoruba e la letteratura sudamericana solo per aver tenuto dei corsi all’università (studiare non restituisce la cultura perduta, purtroppo..), si farà truffare dal tassista, si farà derubare di zaino e bicicletta e si ritroverà a (mal)sopportare i disagi dei trasporti e della polizia.

Il suo sfogo pubblico a Gibara incontrerà la pronta risposta del tassista: hai problemi? Pure io io ho problemi, tutti hanno problemi.. non sei il solo, ingenuo turista che ha sempre vissuto nel benessere, ad averne. Veniamo a sapere che l’autista aveva un figlio di 20 anni, morto in un incidente; la cugina vive con 300 MN grazie al suo lavoro di restauratrice, che non gli bastano per arrivare a fine mese, ha perso l’amore e i suoi quadri non sono stati apprezzati dalla critica; la vicina di casa esce tutte le notti con uno straniero diverso sperando di trovare quello che la faccia uscire dal paese, e via dicendo. Gli abitanti di Gibara ascoltano in silenzio.

Roberto è confuso anche in merito al giudizio sui propri genitori: chi dei due è responsabile del suo sradicamento? All’inizio accusa la madre, poi il padre, infine scopre che le relazioni di coppia spesso nascondono segreti e problemi così complessi da non poter essere divisi da un giudizio netto. Evidentemente, come gli fa notare la cugina, entrambi pensavano di essere nel giusto e di desiderare il meglio per il figlio.

Viva Cuba assume come osservatorio privilegiato sul mondo il punto di vista di due bambini, Malù e Jorgito. Tale scelta consente allo spettatore di osservare il mondo degli adulti dal di fuori, mostrandone tutte le ipocrisie, le ideologie antiquate, gli odi e i litigi senza fondamento. Non che i bimbi non litighino, chiaro, ma almeno si sforzano di andare d’accordo perché “gli amici sono sempre amici, anche quando litigano”.

La madre di Malù è una cattolica ipocrita, che ostenta arie di superiorità e fervore religioso sebbene sia divorziata e risposata; si crede povera in canna pur avendo una casa ben arredata e passa tutte le estati a Varadero, grazie alla sua relazione con un americano. “Qui non si possono pagare detective privati, e nemmeno corrompere l’esercito!”, dirà fra le lacrime al marito statunitense (..lasciando intendere che negli USA questo sia permesso!!). Dall’altra parte della barricata -pardon, della strada- vive Jorgito con i suoi genitori, ridicoli in senso opposto: la madre è isterica e poco affettuosa, mentre il padre è un muratore ateo e comunista, “devoto” al partito e molto meno alla famiglia. Le due famiglie, al di là dell’ostilità reciproca dovuta a due ideologie apparentemente inconciliabili, condividono pregiudizi simili riguardo ai ruoli maschili e femminili nella società, segno di un machismo diffuso e mai eliminato del tutto. Vengono ripresi in questo modo alcuni temi di Guantanamera, ma l’atmosfera lugubre del período especial lascia spazio alla fiducia nelle nuove generazioni, capaci di superare le differenze ideologiche, religiose e sessuali per creare una Cuba migliore. Emblematica è a tal proposito la scena in cui le porte delle case rivali si chiudono: su quella di Malù c’è scritto “Señor, aquí está tu casa” e in quella di Jorgito “Aquí está tu casa, Fidel”. La realtà sfocia nel ridicolo, meno male che i bimbi guardano avanti e si allontanano insieme mano nella mano.

Il problema principale attorno al quale ruota l’intero film trova analogie con quello di Miel para Oshún: è giusto che un minore venga portato via da Cuba senza ascoltare la sua opinione? La vicenda di Elián González risale agli anni 1999-2000, mentre i due film sono di poco posteriori (2001 e 2005). Forse tale questione etico-politica, che mosse all’epoca l’opinione pubblica di tutto il mondo, ha trovato diretto riscontro anche nella cinematografia. Spesso gli adulti sono egoisti e non capiscono che privare i propri figli degli affetti più cari significa far loro un torto enorme. L’ignavia del padre di Malú, che invece di prendersi cura della figlia che sta a La Habana ha preferito ritirarsi da eremita nel punto più estremo di Cuba, è anch’essa, in tal senso, una colpa.

d) Scoperte Interiori: questi road-movies non operano soltanto una critica al negativo, ma offrono anche delle proposte costruttive per superare i problemi insiti nella politica, nella società e nella famiglia cubane.

In Guantanamera, il socialismo sovietico iperrazionalista deve trovare uno sbocco nell’amore per l’umanità per non morire. Tutti coloro che possono cambiare la situazione presente sono chiamati a prendere una posizione nella vita, senza temere o rassegnarsi. “Cándido, estoy casada” dirà Gina; “No, estás ciega” ribatte lui: è necessario cambiare la propria vita pubblica e privata per rendere se stessi e il mondo migliori di prima e continuare a sognare. Anche in amore.

In Miel para Oshún Roberto reincontra la madre e la sua terra, rappacificandosi con entrambe oltre che con se stesso. La madre e la patria sono elementi indispensabili per non crescere da sradicati.

Viva Cuba riprende, come ho detto sopra, le problematiche e le proposte degli altri due film e ne aggiunge delle altre. La prima aggiunta è costituita dalla contrapposizione Socialismo vs. Religione, che altro non è che un contrasto apparente. Come afferma Frei Betto, il cristianesimo non si oppone al socialismo, anzi, egli stesso sostiene Cuba e si definisce un “socialista cristiano”. É pertanto necessario andare oltre lo stereotipo tradizionale comunistas vs. creyentes per creare una società più unita e vincente. La seconda contrapposizione, Uomo vs. Donna, è vecchia come il mondo ma va risolta perchè la coppia vada d’accordo. Il difficile è giungere a un compromesso fra le parti e imparare a sopportarsi. Si spera che le nuove generazioni, rappresentate da Malù e Jorgito, siano, in tal senso, migliori.

I tre film, sebbene differenti per data di produzione e -in parte- per i temi trattati, hanno tutti come scopo comune di operare una critica a 360° della società e della politica cubana, fornendo allo stesso tempo degli spunti costruttivi.

Tra il primo film, Guantanamera (1995) e l’ultimo, Viva Cuba (2005) passano dieci anni di storia cubana e le opere riflettono questi cambiamenti in atto.

Quello dei road-movies cubani è un viaggio cinematografico che abbraccia lo spazio e il tempo, offrendo sempre uno sguardo ironico e critico per leggere il mondo e tendere così verso il futuro.

Bibliografia

Frank Padrón, Sinfonía inconclusa para el cine cubano, Editorial Oriente, Santiago de Cuba, 2008.

Filmografia

Cecilia, di Humberto Solás, 1980;

Hello Hemingway, di Fernando Pérez, 1990;

Doble Juego, di Rudy Mora, 2002;

El Vals de la habana Vieja, di Luis Felipe Bernaza, 1988;

Madagascar, di Fernando Pérez, 1994;

Lista de Espera, di Juan Carlos Tabío, 2000;

Guantanamera, di Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabío, 1995;

Miel para Oshun, di Humberto Solás, 2001;

Viva Cuba, di Juan Carlos Cremata, 2005.

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