Breaking News — 09 ottobre 2010

Il 9 ottobre è il 43° anniversario della morte del Che.

In tale occasione, ritengo necessario offrire un piccolo ma doveroso tributo, traducendo in italiano la famosa poesia “Che Comandante, Amigo”, scritta dal poeta camagüeyano Nicolás Guillén (1902-1989). Segue in appendice una piccola analisi del testo.

Che Comandante, Amigo Che Comandante, Amico

No porque hayas caído
tu luz es menos alta.
Un caballo de fuego
sostiene tu escultura guerrillera
entre el viento y las nubes de la Sierra.
No por callado eres silencio.
Y no porque te quemen,
porque te disimulen bajo tierra,
porque te escondan
en cementerios, bosques, páramos,
van a impedir que te encontremos,
Che Comandante,
amigo.

Con sus dientes de júbilo
Norteamérica ríe. Mas de pronto
revuélvese en su lecho
de dólares. Se le cuaja
la risa en una máscara,
y tu gran cuerpo de metal
sube, se disemina
en las guerrillas como tábanos,
y tu ancho nombre herido por soldados
ilumina la noche americana
como una estrella súbita, caída
en medio de una orgía.
Tú lo sabías, Guevara,
pero no lo dijiste por modestia,
por no hablar de ti mismo,
Che Comandante,
amigo.

Estás en todas partes. En el indio
hecho de sueño y cobre. Y en el negro
revuelto en espumosa muchedumbre,
y en el ser petrolero y salitrero,
y en el terrible desamparo
de la banana, y en la gran pampa de las pieles,
y en el azúcar y en la sal y en los cafetos,
tú, móvil estatua de tu sangre como te derribaron,
vivo, como no te querían,
Che Comandante,
amigo.

Cuba te sabe de memoria. Rostro
de barbas que clarean. Y marfil
y aceituna en la piel de santo joven.
Firme la voz que ordena sin mandar,
que manda compañera, ordena amiga,
tierna y dura de jefe camarada.
Te vemos cada día ministro,
cada día soldado, cada día
gente llana y difícil
cada día.
Y puro como un niño
o como un hombre puro,
Che Comandante,
amigo.

Pasas en tu descolorido, roto, agujereado traje de campaña.
El de la selva, como antes
fue el de la Sierra. Semidesnudo
el poderoso pecho de fusil y palabra,
de ardiente vendaval y lenta rosa.
No hay descanso.
¡Salud, Guevara!
O mejor todavía desde el hondón americano:
Espéranos. Partiremos contigo. Queremos
morir para vivir como tú has muerto,
para vivir como tú vives,
Che Comandante,
amigo.

Non perchè sei caduto
la tua luce è meno alta.
Un cavallo di fuoco
sostiene la tua scultura guerrigliera
fra il vento e le nubi della Sierra.
Non per il fatto di stare zitto sei silenzio.
E non il fatto che ti brucino,
che ti occultino sotto terra,
che ti nascondino
in cimiteri, boschi, altopiani
ci impedirà di incontrarti,
Che Comandante,
Amico.

Coi suoi denti di giubilo
il Nordamerica ride. Ma d’un tratto
si rotola nel suo letto
di dollari. Gli si coagula
il sorriso in una maschera,
e il tuo gran corpo di metallo
sale, si dissemina
nelle guerriglie come tafani,
e il tuo ampio nome ferito da soldati
illumina la notte americana
come una stella improvvisa, caduta
nel mezzo di un’orgia.
Tu lo sapevi, Guevara,
ma non lo dicesti per modestia,
per non parlare di te stesso,
Che Comandante,
Amico.

Sei in ogni luogo. Nell’indio
fatto di sonno e rame. E nel negro
avvolto in spumosa moltitudine,
e nel lavoratore del petrolio e del salnitro,
e nella terribile abbandono
della banana, e nella grande pampa delle pelli,
e nello zucchero e nel sale e nelle piante di caffè,
tu, mobile statua del tuo sangue, come ti hanno abbattuto,
vivo, come non ti volevano,
Che Comandante,
Amico.

Cuba ti conosce a memoria. Volto
con barbe che rischiarano. E avorio
e oliva nella pelle del giovane santo.
Ferma la voce che ordina senza comandare,
che comanda da compagna, ordina da amica,
tenera e dura da capo e camerata.
Ti vediamo ogni giorno ministro,
ogni giorno soldato, ogni giorno
gente umile e difficile
ogni giorno.
E puro come un bimbo
o come un uomo puro,
Che Comandante,
Amico.

Avanzi nella tua scolorita, rotta, bucata divisa militare.
Quella della selva, come prima fu
quella della Sierra. Seminudo
il potente petto di fucile e parole,
di ardente vento e lenta rosa.
Non c’è riposo.
Salute, Guevara!
O, meglio ancora, dalla gola americana:
Aspettaci. Partiremo con te. Vogliamo
morire per vivere come tu sei morto,
per vivere come tu vivi,
Che Comandante,
Amico.

Commento al testo:

La poesia fu letta dallo stesso Guillén il 18 ottobre 1967, durante una veglia funebre solenne in Plaza de la Revolución per commemorare il Che caduto in battaglia. Nei giorni seguenti al 9 ottobre 1967 le agenzie di stampa internazionali iniziarono a diffondere notizie sulla morte del Che in Bolivia, senza però ricevere conferme ufficiali; il poeta, tuttavia, iniziò subito a scrivere il poema cosicchè, quando Haydée Santamaría, allora direttrice della Casa de las Américas , lo contattò perché ne scrivesse uno, egli le rispose che era già pronto, a parte qualche piccolo ritocco.

In quanto presidente della Unión Nacional de Escritores Y Artistas de Cuba, il poeta camagueyano scrisse nella sua vita altre tre poesie dedicate alla figura del guerrillero heroico: “Che Guevara”, sonetto scritto nel gennaio del 1959, mentre l’artista si trovava in esilio a Buenos Aires; “Guitarra en duelo mayor” in ottosillabi e “Lectura de Domingo”, poema in settenari ed endecasillabi che fonde lo stile drammatico di ascendenza barocca con il più alto sperimentalismo poetico. Guillén affermò di apprezzare maggiormente quest’ultimo componimento, senza però mettere in dubbio l’enorme impatto che ebbe sulla folla il suo “Che Comandante, Amigo”.

Il poeta utilizza elementi concreti capaci di evocare concetti astratti: è una forma particolare di simbolismo, più simile all’esperienza poetica degli ermetici italiani -come il Montale de “La Bufera”- che a quella dei decadenti di fine ‘800. Il simbolismo sperimentale di Guillén mira a costruire l’immagine di un uomo, il Che, capace di oltrepassare -almeno nell’immaginario collettivo- la propria natura umana, per giungere così a una dimensione universale e trascendentale. C’è qualcosa di “barocco” nell’accumulo di immagini concettose (“un caballo de fuego/ sostiene tu escultura guerrillera“, vv. 3-4; “Se le cuaja/ la risa en una máscara“, vv. 17-18) e di figure retoriche, come le varie sineddoche usate per descrivere la persona del Che Guevara (quarta strofa) o le metafore (“fusil y palabra“)

Il periodare può essere ampio e complesso: ad esempio, nella prima strofa sono presenti una serie di subordinate concessive con la principale alla fine. Esso si alterna a varie ripetizioni lessicali, parallelismi sintattici, enumerazione per polisindeto (y..y.. etc., seconda strofa). L’imprevedibile andamento del periodo e le strutture reiterate creano una continuità, per quanto bizzarra, che rassicura e attrae l’ascoltatore.

La maggior parte degli elementi storico-politici del componimento si concentrano nella terza strofa. Vengono menzionati i lavoratori dei pozzi petroliferi, del salnitro (famosa fu l’omonima guerra combattuta tra Perù e Bolivia tra il 1879 e il 1884), quelli delle piantagioni di banane (e qui penso alla United Fruit Company, tanto per fare un nome) , gli allevatori di bestiame nelle pampas, i raccoglitori di sale, canna da zucchero, caffè, le etnie discriminate degli indios e dei neri: insomma, le anime troppo spesso e a lungo dimenticate dell’America latina, indispensabili in un processo di integrazione e sviluppo, sia in prospettiva nazionale che panamericana.

Lo spirito del Che si trova “por todas partes” ed avanza verso la folla, descritto come se l’immaginazione del popolo che lo “sabe de memoria” potesse sostituire appieno l’assenza. Il panteismo fantasmatico di Guillén sottolinea quanto siano immortali i ricordi e le idee, specie rispetto alla vita umana.

Gli ultimi versi costituiscono un brillante epitaffio funebre, un addio che è piuttosto un arrivederci. Il componimento é l’omaggio personale di un grande poeta che si estende alla collettività, nel ricordo del Che Comandante, amigo.

foto: proprietà di Thisiscuba.net

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