La profonda crisi Venezuelana del dopo Chavez

Dopo lo storico riavvicinamento tra Cuba e USA, si fanno più tesi i rapporti tra Venezuela e Stati Uniti.

La Patria di Bolivar, come affermato dal Presidente Maduro, sarebbe vittima di una aggressione politica da parte del governo statunitense. Nicolás Maduro Moros ha riconosciuto il grande passo fatto da Obama aprendo le porta a Cuba, ma al tempo stesso ha espresso il proprio disappunto per l’invadenza e l’insolenza della Camera dei Rappresentanti che hanno portato Obama a firmare il decreto con quale si autorizza una serie di restrizioni a oltre 50 funzionari venezuelani.

Le autorità del governo di Caracas, a cui è stato tolto il diritto di Visa,  sarebbero quelle certamente coinvolte nella dura repressione delle proteste che hanno colpito il paese sudamericano nello scorso Febbraio. Negli scontri sono morte 43 persone ma le colpe, secondo fonti certe sarebbero da riversarsi ai finanziamenti forniti dal fronte anti-Maduro, per destabilizzare il governo. E’ per questo che il Ministro degli Esteri Venezuelano, Rafael Ramirez, ironizza riguardo queste sanzioni, facendo notare

Il Venezuela sta affrontando grosse difficoltà economiche, una inflazione ormai incontrollata, un mercato nero sempre più fiorente pronto a sfruttare il cambio di valute. Gli aumenti di stipendio non supportano il continuo aumento dei prezzi. La produzione statale non riesce a contenere i consumi del paese e spesso per i beni di prima necessità si devono affrontare interminabili code. Non aiuta il calo del prezzo del petrolio a barile. L’oro nero scambiato a 50 dollari non riesce a far fronte al debito pubblico e non è più voce sufficiente a bilancio per evitare una recessione oramai conclamata dal terzo trimestre di PIL negativo. Si è stimato che il Venezuela potrebbe contenere la piaga economica vendendo i propri barili a circa il doppio. Inutile dire che è proprio il petrolio a “fornire energia vitale” al Paese, essendo il Venezuela uno dei più grandi produttori mondiali. Maduro ha puntato ancora una volta il dito contro gli USA che sarebbero responsabili del danneggiamento economico dell’OPEC, la grande associazione di petrolieri mondiali (Iran, Arabia Saudita…) attraverso un continuo aumento di produzione, soprattutto nel campo del petrolio leggero, quello che si ricava attraverso un processo di frantumazione delle rocce.

In ogni caso si può pensare che dietro questo calo del prezzo del petrolio siano più i “nemici” degli statunitensi a rimetterci e da qui prende spunto la riflessione di Maduro. Per molti paesi, l’esportazione del petrolio è tra le voci di bilancio statale più importanti. Venuti meno gli introiti tutta l’economia ne risentirà, mentre gli USA potranno acquistare a prezzi favorevoli il carburante tamponando la perdita dello shave gas. In definitiva alla lunga la resistenza porterebbe dei benefici agli USA mentre comprometterebbe l’economia di molti paesi basati sull’esportazione di questa voce.

Il petrolio resta pur sempre una energia e come tale si sta dissipando inutilmente e questo spreco nel lungo periodo rischia di costare carissimo al Venezuela.  Le persone che appoggiano la Rivoluzione si riducono. Dopo la morte di Chavez lo scorso 5 marzo 2013, Maduro ha dimostrato in più occasioni di ricorrere a motivazioni quasi puerili nel far fronte agli errori del governo anziché portare argomentazioni costruttive finalizzate ad analizzarle e cercare soluzioni pratiche. Ed è qui che viene meno il sostegno. Il governo incontra difficoltà e non riesce a far fronte ai problemi e come un bimbo punta il dito contro gli statunitensi, che zitti zitti si sfregano le manine vendendo un governo ostile indebolirsi giorno dopo giorno.

Una volta Cuba rappresentava un modello socialista romantico da imitare. Il pericolo era che questa forma di governo contagiasse il continente latino americano. Ma Cuba non ha la forza di alimentare, semmai di sostenersi. Per il Venezuela il discorso è differente e forse dietro queste ultime mosse vi è uno schema ben preciso più che una reale rinuncia alle ostilità verso il governo castrista, oramai non più minaccia propositiva d’una forma di governo ideale.

Se l’inflazione nell’UE è sotto il punto percentuale in Venezuela si assesta ormai al 70% e fonti illustra prevedono già una tripla cifra. Uno dei tanti motivi sta nel tasso di cambio fisso tra la moneta venezualana, il bolivar, e il dollaro a 6,3. Questo cambio penalizza gli introiti provenienti dall’esportazione dell’oro nero creando un gap tra denaro necessario per coprire i costi pubblici interni e proventi dalle esportazioni. Tale dislivello viene colmato da una continua ristampa di moneta che porta necessariamente ad una continua svalutazione.

Maduro ha così subito riferito d’aver pronte una serie di misure per far fronte alla situazione negativa in cui versa il Paese; riduzione della spesa pubblica, taglio degli sprechi e riforme inerenti la politica del cambio con il dollaro. In realtà la produzione statale dovrà lasciare il passo ad un, seppur controllato, sistema di competizione privato, dovrà sostenere la nascita di tante nuove piccole imprese e fa ripartire quanto prima la produzione. Dovrà insomma rivedere il proprio sistema politico prima ancora che economico. Il disagio che la gente vive si riflette in un paese di quasi trenta milioni di abitanti colpito da delinquenza e disuguaglianza. Proprio tutto ciò che il governo stesso lotta ed annuncia ad alta voce con proclami elettorali di voler debellare.

 

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