Le elezioni presidenziali 2012 nella Repubblica Dominicana: la storia

Alla fine è esploso. Ha provato a contenersi  Hipolito Mejia, leader dell’opposizione nello scenario politico della Repubblica Dominicana.

Ma andiamo con ordine. Domenica scorsa, 20 Maggio, si sono tenute nella Repubblica Dominicana le Elezioni Presidenziali. Si è riconfermato vincitore, dopo due mandati, il Partito della Liberazione Dominicana (PLD), una forza politica in teoria più a sinistra rispetto all’alternativa che era riuscita nell’intento di raccogliere la simpatia ed il consenso popolare.

Ma la Commissione Elettorale, come detto con supervisione del capetto dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) Raúl Izaguirre, ha riferito che le elezioni si sono svolte regolarmente.

Il PLD di sociale ha fatto poco o niente. Il Presidente uscente ha fato un discorso misto di demagogia e dialettica. Troppi luccichii di fronte per quanto si è realmente adoperato. Il popolo dominicano è stato messo in disparte e ad esso è stato anteposto il capitale straniero fatto di grandi investimenti, infrastrutture e differenze sociali. La politica è stata invasa da finanziatori che di fatto sono stati coloro che hanno votato con moltissime, troppe mani.

Nella capitale i brogli non solo sono stati percepiti ma venivano fatti alla luce del sole, in mezzo a truppe militari che talvolta si sono rese complici. “Dammi il documento e vado a votare per te, o vota per me, tieni questi pesos o questa scorta di viveri per la famiglia“. Approcci diretti, una consuetudine nella Repubblica Dominicana. E chi ci guadagna? Il partito che ha più finanziamenti, per l’appunto quello che può contare su appoggi stranieri che in cambio avranno corsi preferenziali nei grossi investimenti, guardacaso l’aspetto per il quale si è caratterizzato il governo di Leonel Fernandez in questi otto anni.

Il capo dell’opposizione protesta, ma l’appoggio popolare a Papà, è stata favorito per la necessità del cambio nella Repubblica Dominicana più che per le caratteristiche del candidato.  Hipolito Mejia, 70enne con alle spalle un periodo di governo disastroso, dal 2000 al 2004, ha cercato con una propaganda di basso stile, facilmente arrivabile al popolo di rendersi sensibile alle esigenze della popolazione. Ma la macchina del partito rivoluzionario non sembrava effettivamente pronto a prendere le redini del Paese.

Ad oggi nessuna iniziativa vera, politicamente valida, è in grado di trasformare in fatti concreti le parole. E a fianco del bipartitismo, i partitini arrivano appena al 2% del totale dei consensi, praticamente hanno forza pari a zero.

Nella Repubblica Dominicana ciò che appare visibile è la presenza di soldi, tanti soldi, grossi capitali che continuano a muoversi indifferenti alla parte del Paese che se ne sta in uno stato di povertà totale, nei barrios, dove la legge è quella della sopravvivenza e i lavori sono l’arrancare quotidianamente con qualcosa di illegale. Con questo non bisogna commettere l’errore di smantellare il sistema politico dominicano o la società. Una parte è istruita, consenziente dei propri mezzi, applicandosi riesce a perseguire un visibile benessere. Ma in mezzo all’applicazione del singolo la società sovente appare ignara alle regole, alle lacune giudiziarie e esposta ai favoritismi determinati da fenomeni quantomai espansi come quello della corruzione.

Come dicevo nel diario di un viaggio, che ha il fine attraverso una semplice quotidianità di far percepire al lettore lati positivi e negativi, ho tastato tutti questi aspetti. La gentilezza e l’educazione, lavoratori preparati e persone che sanno sfruttare le armi che il progresso mette a disposizione con una mentalità aperta. A fianco ho tastato proprio la mancanza di regole. Dall’apparato burocratico, al commerciale, al politico.

Ieri mi ha fermato per la seconda volta in tre giorni la polizia. Mi ha indicato di accostare affiancandosi alla macchina con la loro motoretta su cui viaggiavano in due, senza casco, con il fucile a canna in mano in equilibrio precario. E sorpresa delle sorprese era ancora lo stesso poliziotto a fermarmi. E ancora a chiedermi soldi dicendomi che non aveva mangiato nulla e di fare un’offerta libera, neanche fossimo in Chiesa.

Questa volta non ho ceduto ma in cambio mi ha lasciato il numero di telefono specificando di chiamarlo nel caso qualche collega mi fermasse. Insomma, mi ha offerto protezione in cambio di qualche mancia. Funziona così, liberi di accettare o meno. Se non accetti posso multarti per motivi inesistenti.

Esempi banali dove capisci che puoi fare quello che vuoi in una Repubblica delle banane. Nel bene e nel male. E così un pò piace e un pò non piace. Può andarti bene o male. Ma dove la politica non conosce etica, il popolo si adegua.

La campagna elettorale è stata la più costosa di tutto il latino america. Ancora più di stati ben più grandi, quali Brasile e Messico secondo gli studi del grupo cívico Participación Ciudadana e della Junta Central Electoral (JCE) . Molti di questi soldi erano di fatto sproporzionati tra i vari partiti politici, finanziamenti stranieri infiniti e costanti nel tempo, per preparare al meglio la logistica elettorale, gli studi, le sale, gli eventi e per sconfiggere l’avversario. Parola d’ordine: slogan.

E il clientelismo continua imperterrito, sulla scia del governo di Joaquìn Balaguer e succhia il sangue alla democrazia con scene che ledono tutto il credo politico, la dignità di ogni onesto elettore che per raggiungere il seggio elettorale deve schivare militari ubriachi e banchetti di malavita politica.

Nella calle, nei barrios, i più pericolosi ci si conosce tutti, e ognuno finge di vedere o non vedere a seconda della situazione.

Nei barrios più pericolosi ed emarginati il turista resta a bocca aperta. Sembra di essere dentro un documentario. “allora questi posti esistono sul serio?” ci si chiede”. Purtroppo si è la risposta, dove i bambini a 14 enne già sono dei tigre, sanno come rapportarsi e alle conseguenze cui possono andare incontro quando ledono qualcuno o quando semplicemente rientrano in un regolamento di conti. Lì la vita è poco più di sopravvivenza dove i progetti a lungo termine non si possono fare, dove non c’è modo e tempo per discutere con dati alla mano di elezioni. Qui si parla di politica, ci si arrabbia, ma i contenuti sono sempre quelli propagandistici.

Alla fine dei conti, con tristezza ci chiediamo se non siano farzesche invenzioni democratiche, le garanzie date dall’OEA, dalla  JCE, sulla regolarità dei voti. Strano che nessun ispettore si sia imbattuto in brogli che hanno visto tutti. Anzi, non è strano, è la prova che la democrazia non esiste se non sulla carta.

Fonte foto: http://fotos.starmedia.com/

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L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

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