Breaking News L'editoriale — 08 novembre 2010

Imperturbabili, impassibili le sventure si scagliano contro questo lembo di terra, limbo sospeso tra inferno e realtà.

Non sono bastate le violente scosse sismiche, l’epidemia di colera, le violenze invisibili, eppur così presenti nel dramma, di lor signori pedofili o d’altrettanti affaristi in cerca d’una qualsiasi merce da rivendere sul mercato, sia essa la vita di un bambino, o gli organi così importanti e richiesti sul mercato dello spietato profit globale, che spesso rivela come la pace non faccia parte della natura umana.

Non sono bastate le mille polemiche verso una imponente macchina della solidarietà che si è mobilitata a dovere, ma che è poi sbattuta contro  il muro della diplomazia, della struttura organizzativa che deve poi pensare a convogliare i fondi raccolti. Talora il bene del popolo è soggetto a confische ed appropriazioni indebite. Solo una piccola percentuale degli svariati miliardi di dollari donati, sono stati ad ora utilizzati. C’è chi parla di razionalizzazione delle spese, ma non capiamo come si possa dare questa definizione ad un progetto che coinvolge questo paese, in cui le epidemie erano state preventivate se non si fossero costruiti rapidamente numerosi pozzi per la raccolta d’acqua potabile, che non sono in definitiva stati costruiti.

In mezzo a questo fango non è possibile non ricordare il lato splendido della vicenda, puro e candido, trasparente come un fondale oceanico incontaminato, intenso e luminoso come un raggio di luce. In questo limbo è sorta la qualità profondo dell’uomo, che alza la testa, impugna la situazione e si appropria delle abilità e conoscenze per distribuirle ed infondere speranza.

I medici, tutto il personale sanitario, gli esperti allestitori dei tanti campi di accoglienza, tutti i burocrati che hanno dato una valenza positiva al termine, tutti coloro che hanno contribuito con un sostegno indiretto, i militari che hanno cercato di tenere sotto controllo l’emergenza.

Neppure la tempesta tropicale Tomas ha esitato ad investire Haiti e trasformarsi giusto per l’occasione in uragano, in grado di danneggiare rudi ed elementari abitazioni, e provocare la morte di 7 persone.  Una volta superata Haiti è stato nuovamente declassato a tropical storm e ha limitato le proprie scorribande riversandosi nelle acque aperte dell’Oceano Atlantico e nelle Isole Turks e Caicos con le intense raffiche di vento e piogge fitte che fanno parte del suo DNA.

Ma l’epicentro della violenza è ancora là. Ad Haiti. Case scoperchiate, poche come pochi sono i tetti rimasti nelle zone povere, praticamente la quasi totalità del Paese.

Mentre a Santo Domingo le precipitazioni riversate in poche ore hanno riversato su alcune zone oltre 25 centimetri d’acqua, ad Ovest della capitale haitiana,  Leogane, le strade del centro sono completamente allagate e ciò non può che facilitare la trasmissione del batterio Vibrio cholerae, responsabile del colera.

Fortunatamente alcune zone dove sono situate le megatendopoli sono state facilitate da un terreno molto secco che ha contribuito ad assorbire rapidamente parte delle precipitazioni.

Gary Shaye, direttore della fondazione umanitaria Save the Children ad Haiti, ha affermato che subito si sono attivati per riparare le toilette e le strutture di prima emergenza, fornire acqua potabile e alimenti. I bambini sono i primi – ha ricordato – a dover essere protetti in quanto i più vulnerabili in condizioni ambientali avverse.

Anche le zone costiere di Les Cayes e Jacmel sono state interessate dalle raffiche di vento e sono state allagate. La capitale, Port-au-Prince, ha dovuto sopportare la furia di venti che spiravano ad una velocità di oltre 230 chilometri l’ora.

Francois Desruisseaux, uno dei capi organizzatori della fondazione umanitaria CARE, ha invece espresso tutto il proprio timore nell’osservare come le montagne, rimaste prive della propria vegetazione dopo il terremoto, non siano in grado di assorbire le acque e che quindi possano dar origine anche ad estese frane anche dopo numerosi giorni dopo il passaggio dell’uragano.

Attualmente ad Haiti si cerca ancora di contenere il colera, le cui vittime hanno superato ufficialmente (fonte: Ministro della Salute di Haiti) da pochi minuti le 500 unità ed i contagi le 7500. Il colera provoca attacchi di vomito e diarrea, portando nel giro di poche ore ad una forte disidratazione, con possibilità di danneggiare irreversibilmente la funzionalità di alcuni organi.

Nel bel mezzo di questa emergenza infinita il Washington Post, Associated Press ed altri organi di stampa hanno iniziato a diffondere la notizia secondo la quale la causa dell’epidemia di colera sarebbe stata diffusa da uno o più soldati delle Nazioni Unite, provenienti dal Nepal a scopo umanitario. La voce ha alimentato forti proteste nel popolo Haitiano, 10 milioni di persone che vengono quotidianamente derubati dal loro governo in primis, fatto da tanti, troppi decenni, di pagliacci senza dignità sorretti da taciti consensi internazionali. La stessa economia agricola del territorio haitiano, è stata messa in ginocchio da equilibri che sono venuti meno in seguito ai trattati con effetti devastanti dell’ex Presidente americano Bill Clinton.

John Mekalanos, un,  nel dipartimento di microbiologia  dell’università di Harvard, specializzato proprio nell’ambito del colera ha dichiarato che è importantissimo scoprire esattamente dove e come si è trasmesso il batterio, in quanto il sottotipo del ceppo è stato sino ad ora sconosciuto nell’Emisfero ovest. E anche lui ha avvalorato la tesi che sia proprio l’ipotesi più realistica della diffusione del contagio, in quanto il territorio dell’isola prima non era mai stato interessato. Alle truppe nepalesi non era richiesto fossero sottoposte ad accertamenti specifici per la presenza del colera, a meno  che non mostrassero qualche evidente segno di malessere. Ma si sa che tra il contagio batterico e la malattia conclamata possono passare diverse settimane, entro le quali il soggetto è asintomatico.

L’ONU dal 2004 dispone di un contingente di 12000 uomini, che non ha mai saputo legare con il popolo di Haiti e che ora è duramente attaccato non solo dai civili ma anche dai movimenti politici interni sovversivi.

Gregory Hartl, portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha messo a tacere queste ipotesi, evidenziando come al momento non siano in corso indagini in tal senso e che sia opportuno piuttosto destinare tutta la concentrazione e l’impegno in una unica direzione che è quella della salute pubblica ad Haiti. “La causa dello scoppio dell’epidemia al momento non è importante”.

Sarà anche così, ma se così tante sono state le donazioni da essere utilizzate sino ad ora in minima parte, tanto vale devolvere un0 0,1% del totale a questa analisi. Sempre non si tema, a pochi giorni dalle elezioni del prossimo 28 Novembre, che i risultati non influiscano negativamente sui risultati pianificati.

link Washington Post: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/11/03/AR2010110306660_2.html

fonte foto: internet

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L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

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