Breaking News Italia ed Europa — 02 novembre 2011
Il triste stato delle cose: è caduta l’Italia

Questa mattina mi sono svegliato, all’alba. Faceva freddo e ancora buio. I termostati della stanza ancora spenti e noi, più famiglia che mai, uniti sotto le lenzuola a compartirci ogni briciolo di calore e riscaldarci cercando quasi di diventare tutt’uno.

Il corroborante tutt’intorno è avvolto dal silenzio. Ci si sente stanchi e un po’ frustrati. Mi dico “poi tutto passa” e avanzo tra un po’ di latte e due biscotti all’insegna del bagno. Il contatto con l’acqua gelida tenta di destarmi dal torpore e riportarmi a galla.

Mi vesto a strati in modo confusionario e ogni mattina mi ricordo quel che mi prometto da anni: fare nuovi acquisti stando al guardaroba sempre più impoverito. Ma vuoi per costrizioni, vuoi per pigrizia resta un astratto quel che s’à da fare.

Di lì a poco salgo sulla macchina. La spia luminosa, impietosa, segnala che il serbatoio del carburante protesta vivacemente. Ha fame ed alimentarlo diventa sempre più costoso, un po’ come quel latte che compro in farmacia e che serve a sfamare gli esserini piccini che mi attendono la sera a casa.

Benzina la farò al ritorno, questa sera. Mi accontenterò di quella verde modello “normal”, evitando quelle ancora più costose che ci lasciano intendere derivare da una raffinazione migliore, come se il prezzo potesse giustificare l’esistenza di un prodotto di Serie B.

Tra un pensiero e l’altro è ora di mettermi in fila ed attendere nell’interminabile serpentone statico di automobili che arrivi il mio turno, ed avere l’opportunità di realizzare i sogni che desideravo in quell’ infanzia andata tutta d’un fiato, eppur soffiata via da un giorno dopo l’altro, mentre eravamo tutti schiacciati a testa china ad operare laddove il dovere ci chiamava, nella ricerca d’un domani che non si tramutava mai nell’oggi.

E’ancora buio pesto, sono le sette e gli automezzi procedono lentamente per poi prendere velocità lungo la scia asfaltata di qualche superstrada.

Vedo con la coda dell’occhio che la benzina è aumentata ancora. L’euro e cinquanta centesimi sembrava aver rappresentato per qualche tempo una sorta di resistenza. Ma questa resistenza è ora diventata un triste e superato supporto. Difficile venga ritestato. Il trend è perennemente al rialzo. Penso in chiave borsistica mentre i titoli del TG alla radio parlano di precarietà, di licenziamenti facili e del patto di stabilità.

Ricompare in ogni frase il temibile parolone SPREAD. Un termine nuovo, un inglesismo da poco sbarcato nel linguaggio comune italiano. Una nuova moda, nella disperazione di aggrapparsi a qualsiasi cosa ci tenga lontano da una identità oramai scomparsa.

La parte produttiva del Paese, maltrattata e vittima di mille e più soprusi. Fonte foto: internet

Sento le parole di Sacconi, il Ministro del Lavoro e delle Politiche (Sociali), che parla di preoccupazione riguardo le riforme che s’appresta a portare avanti. Dice che potrebbe riaffiorare il terrorismo. Più che il ritorno del terrorismo, al di là delle semplici teorie vedo dinnanzi a me, affiorare tra la coltre di nebbiolina invernale,  il lunotto della Opel Corsa che mi precede. E nei fatti audio che mi giungono un ritorno alle proposte di dieci anni or sono, quando la stessa squadra aveva tentato di cancellare quelle tutele ai lavoratori all’interno del famoso Articolo 18. In quell’occasione perse la vita Marco Biagi. Ci risiamo ora. Ci riprovano. In un momento di crisi, per combattere la disoccupazione mi sembra logico puntare su una maggior flessibilità (bello questo termine) per contrastare il crescente tasso di disoccupazione. Mi sembra da Premio Nobel l’intuizione che la crisi si combatte creando le condizioni ideali per rendere le masse più precarie e quindi più ricattabili.

Resto sempre della mia idea che saprei dove andare a prendere dei soldi, senza sconvolgere la vita a milioni di onesti lavoratori.

Ma al di là di quei rivoltosi pensieri mattutini, io ero sempre là, come ogni giorno feriale, al riparo dal freddo e seduto comodamente con la pancia all’aria. Quel che avevo bastava a tenermi buono, un po’ come tutti. E poco importa se percepivo da tempo le avvisaglie che ogni giorno quel po’ che avevo diventava sempre meno e che per ottenerlo bisognava inchinarsi un po’ di più e scendere sempre più a compromessi con la propria integrità.

Ancora non sapevo che cosa mi aspettava di lì a poco.

All’ennesimo ingorgo noto  i grandi manifesti raffigurante qualche bel volto sbarbato, truccato. Il solito polito e il solito slogan. L’ennesima ricetta per un’Italia migliore. Ma gli ingredienti sono sempre quelli di sempre.

Le lancette dell’orologio, portate avanti di una ventina di minuti mi lasciano laddove è locata l’azienda per la quale lavoro. Pochi denari, se rapportati alla riduzione del potere d’acquisto, inghiottiti da quest’inflazione ed incertezza che ci logora. Ma sono soldi che mi sudo e che ho il dovere ed il diritto di guadagnare e mettere a disposizione.

Scendo e m’accoglie il puzzo dell’azienda vicina, un’azienda di pollame. Si dice sia in crisi. Parlano chiaro gli operai che da tempo sono stati licenziati e quelli che non hanno visto il proprio contratto rinnovato.

Attraverso la strada facilmente. Le macchine sono ferme e quelle più lontane sono solo sagome riconoscibili per le lucine di vecchia generazione e quelle più scandite a LED di nuova. Dagli impianti di scarico i gas secreti si disperdono nell’atmosfera contribuendo a rendere l’aria rarefatta, a tratti irrespirabile. Il cielo non è cielo e quel che mi resta da fare è cercare di vedere al di là di questo contesto che ci fa apparire così laconici.

All’entrata qualcosa m’accoglie, lo percepisco ma ne ometto ancora il significato.

Incontro sguardi bassi, frecciatine e il silenzio pesa. Si protrae all’infinito uno sguardo. Poi tutto accade in un attimo e io sono alla porta. Non ci sono materassi che attenuano la caduta ma di lì a poco sono a casa. Da domani i pochi denari avrei dovuto andare a reperirli in altro modo.

Non so ancora cosa sia accaduto ma la gente, come me, si riversa in strada. Inizia ora ad affiorare da ogni angolo. Quel che si reggeva in piedi è caduto. Da tempo in ginocchio è stato martoriato e i soprusi hanno di fatto abbattuto il sistema.

Mi rendo conto solo di quanto fosse fragile. La parola agli economisti, ai guru di turno, che si dimenavano in discorsi incomprensibili a noi poveri umani, lavoratori d’un tempo non conta più nulla. Le banconote sono diventate quel che sono sempre state. Pezzi di carta. Inutile quindi andare a svaligiare banche.

Le banche sono state svaligiate a suo tempo dal sistema finanziario e da strumenti sempre più intricati e complicati racchiudibili semplicemente sotto il termine furto legalizzato. Il loro tesoro all’interno di quattro mura è ora senza valore.

Non è stato il ladro di banca o il ladruncolo che si arrampica sui muri per svaligiare l’appartamento di turno a rovinarci. Non sono state tanto le rapine a danneggiare le megaville, ma piuttosto i soprusi  perpetrati quotidianamente sul nostro sudore per concedere al altri quelle stesse megaville e tutti quei simboli di cui andavano circondarsi.

Uno dei problemi cardine dell'Italia odierna: "Giovani per sempre, giovani precari". fonte foto: internet

L’Italia è caduta e gli sguardi sono di disperazione. Provo a chiamare casa con il telefonino che ho da qualche anno. Non c’è linea neppure per il vecchio imprenditore che pochi metri più in là cerca di chiamare chissàchì con uno smartphone.  Il bello ed il brutto ora si equivalgono. I simboli delle differenze sociali vengono meno. Viene meno un dannato equilibrio e l’uomo appare essersi liberato dalla trappola che lo attanagliava. L’entropia ha preso il sopravvento e si diffonde a macchia d’olio nei pensieri rarefatti degli uomini.

Sul marciapiede della parallela la fermata dell’autobus è dove è sempre stata. Ma ora fa da capolinea improvvisato per un autista che ha aperto le porte del bus e ha lasciato il mezzo dopo qualche comunicazione via radio. Tra gli schienali appaiono ancora esterefatti due uomini di colore, con lo zainetto tra i piedi, pronti a recarsi alla fabbrica. Mi guardano l’uno incredulo mentre l’altro si dispera, piange e si danna l’anima per la fine che ha fatto il nostro Paese, che come un birillo è caduto insieme a tutti quelli della zona Euro. Sembra più legato all’Italia di quanto non mi sia sentito io in questi anni di pericoloso disinnamoramento. Forse questo volto segnato dal lavoro, ha dovuto sopportare i dolori di una vita di sacrifici, ora persi insieme a quel che di unico ha lasciato nel proprio Paese.

Mi avvio alla macchina, parcheggiata poco più in là. Dall’altra parte un distributore è preso dall’assalto. Non ha più senso pagare. Ora la vita come la conoscevamo è diventata sopravvivenza e nella sopravvivenza non importa come ottenere quel che serve ad andare avanti. A campare.

Penso a quando ero piccino, alla mia infanzia. Guardavo triste la file di macchina in coda, che si svegliava presto ed andava a produrre. Interrogavo mio padre, mentre silenzioso mi accompagnava a scuola, se era in quella fila di macchine il mio futuro, ignaro che in quel serpentone vi era la parte del Paese indispensabile per creare quella dannata ricchezza di cui si alimenta il sistema ancor prima che noi stessi. Quella parte del Paese che ha ottenuto conquiste sociali e che poi, una volta adagiatasi, si è vista sottrarre con l’inganno i propri averi. Il modo subdolo ha mascherato la consapevolezza. Gli strumenti tecnologici e le promesse dell’era moderna, la mancanza di tempo e l’individualismo ci ha reso tutti ciechi a perseguire la felicità in un futuro sempre più irraggiungibile. E man mano che cercavi di toccarlo con ogni sacrificio si allontanava sempre più dalla nostra portato, restando là all’orizzonte. Un miraggio bello e buono. I diritti sono venuti sempre meno e le ricapitalizzazioni bancarie, le finanziarie, le manovre economiche, la solo presunta austerity, i patti di stabilità sono caduti. Le avvisaglie c’erano ma nessuno ci credeva fino in fondo.

La gente si riversa in strada e sembra in tutto e per tutto aver perso ogni punto di riferimento, laddove questi sono venuti a mancare. Ora non ci sono signori o poveretti.

Ora ogni privilegio scomparirà anche c’è da giurarci che presto qualcuno uscirà dalla mischia per riavvogerla di speranza e farla sua. Cambieranno gli schemi, i modi, le forme, lo sfondo ma le cavie ritratte all’interno del quadro siamo sempre noi.

Anche la piccola parte di mondo benestante ora cade. Come i birilli col passare delle ore si avverte l’odore delle prime rivolte popolari. Ora ho un panino in mano. Nonostante tutto riesco ad assaporarmelo. Mi rendo conto che non l’ho pagato.

Ora vorrei mi rispondessero coloro che parlavano di disuguaglianza sociale come un fenomeno  fisiologico in un contesto collettivo. Gli stessi che consideravano pericoloso “un certo ugualitarismo” in quanto sintomo d’una limitazione della libertà individuale.

Ora vorrei chiedere loro come si sentano e che mi dicano che è stato l’ugualitarismo sociale a creare questa situazione. Vorrei chiedere loro se questi diatribe filosofiche o teorie da demenza economica sono accettabili in un mondo in cui il 3% delle persone possiede e gestisce oltre il 90% delle ricchezze e non esita a mantenere in povertà o addirittura in miseria gli esseri umani. Sul fatto che la razza umana sia il genere di bestia più bastarda mai creata da Dio non ho alcun dubbio.  Qui in Terra si sarebbe potuto stare bene, ma dall’altro verso mi rendo conto che la natura umana non avrebbe mai permesso di mantenere questo stato delle cose pacifico.

Sul gradino che accoglie il mio fondoschiena quasi ghiacciato dalla brezza che spira mi nascondo buona parte del viso sotto il giaccone lasciando trasparire solo gli occhi, dietro un paio d’occhialini da ruolo, appannati dal freddo come appannato è quel farò di lì ad un giorno, ad un mese, ad un anno. Non so che impostazione dare, seguirò la massa, verso il suicidio di massa inconsapevole o verso un’ennesima autocorrezione del sistema.

Mentre mi assaporo a scrocco un cioccolatino di una grossissima multinazionale che ha creato ricchezza per pochi e al tempo stesso impoverendone molti di più, mi chiedo se gli stabilimenti si sono già svuotati o sono in preda dei rivoltosi.

La sveglia delle 6,30 mi desta di soprassalto. Pochi secondi per capire che è stato tutto un incubo. Il sogno è stato quantomai realistico, soprattutto quando poco dopo il risveglio, oltrepassando in macchina, un distributore di carburante, vedo la benzina ben al di sopra di 1,50 euro. Penso se tutto sommato tra puttanieri, evasori fiscali, mafiosi, economisti, broker, amministratori delegati, politici,  leggi della giungla a sovrastare l’utopia della legge è uguale per tutti, privilegi, caste, povertà, avevo nostalgia di quel panino che mi assaporavo in quel sogno.

E alla mente mi risuona la frase di Jean Ziegler: “Allo stato attuale la produzione agricola mondiale potrebbe facilmente sfamare 12 miliardi di persone. Da un altro punto di vista, si potrebbe equivalentemente dire che ogni bambino che muore per denutrizione oggi è di fatto ucciso.

fonte foto: internet

giovani per sempre, giovani precari: citazionePrecari – Skardy e Fahrenheit 451

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Articolo scritto da:

L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

(1) Reader Comment

  1. Post interessante, posso ripubblicare il contenuto, ovviamente citando la fonte?

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