Breaking News L'editoriale — 01 novembre 2010

Le notizie sfilano tronfie sulle pagine delle più rilevanti testate giornalistiche internazionali. Si rincorrono l’un l’altra, dando luce forme ordinate e varie. Al di là dell’estetica d’una pagina d’inchiostro o d’una schermata d’uno schermo piatto full HD, brilla un messaggio che viene recepito da milioni e milioni di lettori nel mondo. I social network annessi, i telefonini d’un ultima generazione pronti ad abbandonare questa sterile definizione dopo appena qualche istante e gli innumerevoli  blog diffondono ciò in continuazione le notizie. Ognuno le dipinge a proprio modo, ognuno le associa a qualche esperienza personale, e in quella giungla mediatica ognuna trova la propria verità e la lascia fluire in questo inarrestabile vortice informativo.
In un condizionamento generale le società evolvono o semplicemente mutano, rincorrendo il tempo ed un futuro evidente, sulla scia delle mode presenti e già passate.
E così la notizia, la breaking news, diventa sempre più fugace, già vecchia e datata nel momento in cui la si redige. Il significato si attiene semplicemente alla cronaca, alla descrizione d’un fatto che di per sè non svela nulla se non uno sterile riporto d’eventi trascorsi.
Eppure raccogliendo tutte queste notizie vediamo un mondo che accelera, un mondo mediatico, unito nell’informazione e diviso da differenze insanabili che inducono alla violenza. Ed è in questo punto che incontriamo la sostanza dell’informazione, l’essere che ne determina la necessità.
Non possiamo esimerci pertanto dall’osservare tutto ciò da un punto esterno e lontano, come quando un insieme di cose, case, rioni, così disordinati nello scorrerli passeggiando, appaiono così chiari ed allineati da un aereo che li sorvola.
Nell’infinità di news cui noi diamo un ordine di priorità secondo soggettivi criteri oggettivi, escluso il teatrino insignificante d’una italietta sempre più sterile, si legge dei preparativi del Presidente nero Barack Obama che torna a casa come ultimo tentativo di conseguire consensi prima delle famose US midterms; in Brasile il conteggio elettronico ha appena convogliato in dati precisi il volere del popolo, decretando Dilma Rousseff la vincitrice delle elezioni e il successore di Ignacio Lula; gli ivoriani, dopo una decade si stanno preparando alle elezioni di domenica prossima e tra gli altri pure il popolo di Haiti, che forse ora ha problemi ben più importanti per la testa, prima tra tutti la sopravvivenza. Il primo termine a cui si riconducono tutte queste tematiche è pertanto elezioni. L’altra parola è violenza, così diffusa e spesso perpetrata sui civili, sugli innocenti e su ignari inconsapevoli martiri dei disegni d’una stabilità politica mondiale quanto mai lontana e flebile. In Messico leggiamo d’un aumento vertiginoso delle morti tra le file dei civili in una guerra tra cartelli del narcotraffico sempre più spietata e diffusa. Tra le forme di violenza “moderne”, con la quale si sta svolgendo l’ennesima crociata, dove le differenti religioni sono solo la scusa per abbindolare le masse, vi è il terrorismo; 32 feriti nel cuore della Turchia legati ad un kamikaze che si è fatto esplodere con le ormai tristi quanto consuete modalità . In USA, ci si imbatte nei ritrovamenti legati ai preparativi per un altro attacco volto a destabilizzare chissà cosa in chissà quali menti alla luce delle elezioni (e ci ricongiungiamo al primo termine); in Iraq si legge che milizie del gruppo terroristico di Al-Queida hanno preso in ostaggio almeno 120 fedeli presenti all’interno dell’edificio religioso: le forze armate hanno fatto irruzione ed il bilancio dell’operazione parla di 37 persone uccise.

Lunghissima è la lista dei Paesi che soffrono d’instabilità e violenza inaudita. Cuba, che spesso si attacca e che è anche parte integrante del nostro sito, appare come estranea a queste ondate di reale violenza, terrorismo, disastri. Forse una riflessione in questi termini potrebbe aiutare a moderare i toni tra le parti, a rivedere le punizioni-sanzioni ed instaurare un rapporto comunicativo vero per addomesticare la politica cubana verso qualche concessione a chi, tra i vicini, preferisce dialogare con altre forme di governo.

Un’altra parola chiave nell’analisi, riguarda i sempre più frequenti disastri naturali ed ecologici. Il vulcano indonesiano Merapi, con la fuoriscita di lava e cenere, e lo tsunami sono le due catastrofi naturali che in pochi giorni hanno messo in ginocchio l’Indonesia; per non dimenticare le presenti ripercussioni ad Haiti dopo il terremoto dello scorso Marzo. La Terra pare voler urlare tutto il disagio che è costretta a sopportare quotianamente. Nessun uomo si ricorda di quanto l’ecosistema sia messo a dura prova, con ripercussioni che vanno sempre più verso uno stato d’irreversibilità. Per preservare il diritto alla vita delle generazioni future sembra che il nostro Pianeta debba esprimersi decimando la causa del proprio male, che non è l’uomo in sè quanto la società che lui stesso ha creato e che ora, voracemente, ha preso il controllo e pretende d’alimentarsi a spese altrui.

E l’Italia in tutto questo? E’ l’immagine riflessa della tv che si ritrova nelle importantissime tendenze sessuali di Berlusconi, nei particolari vespiani irrispettosi d’un omicidio diventando la gogna mediatica d’un intero paese, nell favorito vincitore della prossima edizione del grande fratello. Le notizie vere vengono a mancare e forse pure la voglia di riportarle
In una visione d’insieme le breaking news sono tutti tentativi, più o meno sinceri, più o meno riusciti, di portare alla luce un senso, forse quella stesso della vita. Il nostro invece è il tentativo di fare un pò d’ordine e trovarlo in un astratto punto alto. Anche questo, un tentativo classico di governare il naturale flusso delle cose, diretto verso uno stato d’entropia crescente.

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Articolo scritto da:

L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

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