Breaking News — 08 ottobre 2010

Il Premio Nobel per la Pace sta diventando un tormentone.

L’anno scorso è stato conferito al Presidente statunitense Barack Obama, tenendo conto più delle promesse preelettorali che sui risultati ottenuti. Lo stesso Presidente democratico ultimamente è maggiormente incline a ribadire alcuni linee di pensiero portate avanti dalla precedente amministrazione, forse per un tentativo di risollevare la propria popolarità, data in calo nei sondaggi.

Il Premio ha fatto discutere in quanto  legato più alle intenzioni e alle speranze.

Quest’anno il Nobel è diventato pure polemico e sempre più controverso. Il prestigioso riconoscimento internazionale, ha creato zizzania e compromesso rapporti bilaterali tra Nazioni. Quel che si dice, un premio per la Pace, ben riuscito. Non sarebbe riuscito a fare di meglio, lo stesso Nobél in persona, quando nel dilettarsi nella sua arte imprenditoriale scoprì nientemeno che la dinamite.

Il Premio 2010 è quindi assegnato al dissidente cinese Liu Xiaobo .Il Governo Cinese, in collera con la decisione, ha subito convocato l’Ambasciatore norvegese a Pechino. Il Ministro degli Esteri Norvegese dal canto suo si è apprestato a ribadire che nessuna colpa può essere attribuita alla stessa democrazia nordeuropea, in quanto l’assegnazione del premio è sancita da un comitato indipendente e che pertanto non sarebbe giustificata una compromissione degli attuali buoni rapporti diplomatici tra i due paesi.

Il Premio 2009 si è subito affiancato al Premio 2010 e si è congratulato con Liu, in carcere da circa un anno e che deve scontarne altri dieci, per istigazione alla sovversione.

Le reazioni dal tutto il mondo hanno riportato scenari che sentenziavano tutto e il compagno di tutto. Non si è fatta attendere la dichiarazione di Gasparri e Bondi contro il regime comunista; senza mezza termini la decisione va accettata e Liu Xiaobo va liberato subito. Bene, corretto, ma vien da pensare se i due conoscevano prima della premiazione e relativa esplosione d’un nuovo tormentone, il vincitore.

Fattostà che Obama non esita a condannare la Cina e dichiara senza mezzi termini che la liberazione del prigioniero politico, ex professore universitario, da sempre perseguito da uno Stato che in ambito politico non conosce il senso del termine liberale, deve avvenire al più presto. La Cina – continua Obama – ha ottenuto grandissimi risultati economici nelle ultime tre decadi strappando dalla povertà centinai di milioni di abitanti. Ma ha trascurato il lato politico creando un sistema che non rispetta i diritti umani. Corretto anche questo concetto, sebbene provenga da un Paese dove quotidianamente vengono calpestate dall’economia e dal sistema, le vite dei meno abbienti o meno fortunati.

Inutile poi ribadire che il mondo si divide in due, tra i sostenitori della scelta ed i detrattori. Ovvio che tra i primi compaia il Presidente del Taiwan, Ma Ying-jeou, il Dalai lama, Amnesty, Aznar, Fassino e tanti altri. La Cina invece è sdegnata da un Premio che va contro il volere del fondatore quando si inspirava a persone che hanno promosso la fratellanza tra Nazioni, l’abolizione e  la riduzione degli armamenti e che si sono impegnate nel  promuovere iniziative finalizzate alla pace.e mentre si sdegna, il governo non si esime nel far ricorso ai soliti strumenti repressivi, quali l’arresto alla base d’ogni tentativo di protesta o la censura dei mezzi di informazione, che possono rivelarsi istigatori per una piena consapevolezza della libertà di coscienza dell’individuo. C’è infine chi definisce Liu Xiaobo uno zimbello del governo, come il leader dei movimenti di dissidenza cinesi, Wei Jingsheng, che vede in Liu un personaggio troppo accondiscendente con il governo. Ci viene spontaneo chiederci cosa dovrebbe fare un dissidente per essere ritenuto credibile da questo storico attivista, attualmente membro del Consiglio del Partito Radicale Transazionale

Nel bel mezzo della strumentalizzazione del Premio, laddove tutti vogliono ritagliarsi un proprio spazio a furia di frasi fatte, e poco importa se poi si razzola male, riaffiora il perenne problema dei diritti umani calpestati in Cina, e che sovente vengono taciuti anche per il timore per fronteggiare la seconda potenza mondiale.  Il problema dei diritti umani non è calpestato solo in Cina però, ma in molte altre parti del mondo che si fanno bandiere ed icone della democrazia.

L’errore semmai non sta nell’aver premiato l’autore e firmatario del documento politico Carta08, ma piuttosto nell’aver premiato il solo dissidente cinese. In questo modo la premiazione suona come una presa di posizione critica quanto ipocrita, nella propria assoluzione implicita a tutti gli Stati che hanno tanti, analoghi Liu Xiaobo nelle loro carceri.

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