Sport,Arte, Cultura & Scienza — 04 giugno 2010
Gino Doné ed io

fonte foto:francesco.Talvolta l’autobiografismo è necessario, se finalizzato a raccontare una storia che può interessare ai più e allo stesso tempo giovare all’autoanalisi dell’autore. Ascoltatemi, ed io farò di tutto per non annoiarvi.

Quando in un afoso pomeriggio dell’estate 2005 mi passò per la testa che quel vecchio col borsone rosso che camminava dall’altro lato della strada poteva essere Gino Doné, mi sentii la giovane “cubanologa” più felice del mondo. Tentai un primo approccio con un pretesto inventato al momento, e dopo un rapido scambio di battute seppi di aver ragione e che si stava per trasferire nel mio stesso isolato.

Non capita a tutti di nascere nella stessa zona dell’unico europeo e italiano a partecipare alla spedizione del Granma, una cittadina di cinquantamila anime di nome San Donà di Piave (VE). Gino non era nato a San Donà ma a Monastier (TV) , poco lontano da lì, il 18 maggio 1924.

Partecipò alla guerra partigiana lavorando con gli americani e gli inglesi; mi raccontava a tal proposito che, tra le paludi e i canneti della laguna veneziana, lui e i suoi compagni aspettavano le navi alleate che portavano armi e viveri per mandare avanti la lotta clandestina.

Dopo la guerra andò oltreoceano, e qui le tracce si perdono fino al momento in cui non fu messo in contatto dalla sua prima moglie con il movimento 26luglio. Con un certo orgoglio egli narrava di aver insegnato a sparare al Che e di avergli successivamente salvato la vita nei giorni poco dopo lo sbarco.

In breve tempo mi smarrii tra gli aneddoti della rivoluzione cubana e la fine dell’adolescenza: se coi miei nasceva qualche bisticcio, giravo l’angolo e mi infilavo nella vecchia casa di Gino, dove, tra un mojito e un sigaro, potevo trascorrere il tempo con un uomo a dir poco singolare.

Ogni tanto borbottava cose del tipo “il Che era un idealista, per questo si è messo nei guai.. stai attenta, tu” ..ma come si fa a non essere idealisti a diciotto anni? All’epoca divoravo i Pasajes de la guerra revolucionaria e mi chiedevo perché non riuscisse a capire il mio entusiasmo per il guerrillero heroico. Il fatto che fosse idealista ed avesse un carattere difficile non mi parevano – né tuttora mi paiono- validi motivi per criticarlo. I miei tentativi di chiarimento quasi sempre davano luogo a borbottii e parole vaghe sparse qua e là. Imparai col tempo che gli uomini importanti come Gino parlano sempre “a metà”: una segretezza, questa, che ne accentua l’aura di mistero.

Credo coltivasse di nascosto una certa passioncella per Aleida March, la seconda moglie del Guevara; difatti, sottolineava sempre quanto lei fosse carina e il fatto che “se lei non si fosse innamorata di Ernesto si sarebbe fatto avanti lui”, il che mi faceva sorridere alquanto. Anche dopo cinquant’anni manteneva per lei un profondo affetto e andava a visitarla tutte le volte che si recava a Cuba. Mi raccontava di averla conosciuta durante delle azioni di combattimento, come pure lei conferma nel libro autobiografico Evocación (2007):

El tiempo no ha podido borrar mi asombro cuando me comunicaron que debía ir a conocer un personaje (..) era, para mi sorpresa, Gino Done, un expedicionario del Granma que pudo salir del cerco enemigo y se encontraba en la ciudad para participar en algunas acciones de sabotaje; al menos eso fue lo que me informaron.” (pp.31-32)

C’è da dire che quasi mai ho ricevuto confessioni al di là di quel che si può apprendere dai documentari su di lui. Di insolito ricordo soltanto un documento americano che attestava la sua presenza in Florida nel 1957 (possibile?? eppure..sì!) e il mio continuo sospetto che avesse lavorato per i servizi segreti.

I compagni del Granma a cui era più legato erano Raul e Ramiro, con cui -diceva- aveva lavorato “a lungo” e “molto bene”. Di Raul in particolare sottolineava anche che, nonostante la sua durezza, fosse un uomo integro e leale, oltre a essere uno dei pochi ad aver costruito una famiglia unita (con Vilma Espín, ndr).

Con mio grande stupore, di Fidel parlava molto meno. Lo avrà menzionato in mia presenza sì e no un paio di volte, come “gran parlatore” e per il fatto che gli doveva fedeltà, o, come diceva lui, “fidelidad a Fidel”. Fu lo stesso Fidel a dire a Gianni Minà di non intervistare Gino, almeno per quanto mi raccontava quest’ultimo: “lascialo in pace”. Di contro, altri esperti guevaristi o membri dell’Associazione Italia-Cuba -fra cui Roberto Massari- venivano spesso a casa sua. Nell’autunno del 2005 infuriava la polemica Massari-Minà sui diritti delle opere del Che, e tutti i giorni, prima di andare a scuola, passavo da Gino a ritirare l’ennesimo articolo di risposta pubblicato su non so che quotidiano.

Ho interrotto bruscamente i contatti con Gino nel febbraio del 2006, in seguito a una crisi interiore e politica. Quando morì un anno dopo, decisa a dimenticare Cuba e ogni cosa o persona ad essa correlate, non andai al suo funerale e questo rappresenta per me il rimorso più grande.

Mi potrai mai perdonare, Comandante Gino Doné Paro? Io, me stessa, mai.Per “espiare”, nel 2009 ho fatto il mio primo viaggio a Cuba e ho cercato il tuo nome su tutti i memoriali al Granma. Ora, con spirito rinnovato e forse più obiettivo, ti saluto ancora una volta, querido Gino:

¡Hasta Siempre, venceremos!

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