Breaking News Italia ed Europa — 20 ottobre 2010
Gelmini e la chiusura degli Atenei: lo specchio della società italiana

Si sà che la ricerca e l’Italia da lungo tempo non vanno d’accordo.

Si sà (pure) che i cervelli se ne vanno dall’Italia. Costretti, nella maggior parte.

Si sà dei contratti precari, degli stipendi da fame, di chi si trova nella realtà di essere “assunto per un giorno, in strada quello successivo” Da anni è un calvario la vita dello studente universitario, che rinuncia al vivere ed intraprende la strada dalla sopravvivenza per il sapere, per il valore che la cultura apporta come strumento d’arricchimento delle coscienze. E così il divertimento sfrenato della classe abbiente s’affianca ad una classe media che oramai boccheggia nello spendere ma che lunge dallo spandere. Su di un terzo binario, ecco che giace il popolo dei ricercatori, degli studiosi, degli speciallizandi e specializzati. Le figure pregiate d’un tempo, ora quantomai in disuso, lasciate in disparte, violentate senza mezzi termini.

Il nuovo concetto di genio implica guadagno e raccoglie la vsta classe degli evasori fiscali, che si mescolano tra noi e dentro di noi. Se tutto il mondo è Paese è di certo innegabile che nulla e nessuno supera la mentalità italiana, sempre prima per furbizia e sempre ultima per intelligenza.

Le multinazionali farmaceutiche, i laboratori di ricerca medici, farmacologici, tossicologici, chimici, biochimici, biotecnologici. Parola d’ordine: chissenefrega.

Eppure la popolazione pretende di contenere i costi e d’affiancare alle esigenze quotidiane impellenti ed ai ritmi vorticosi impartiti degli affaretti locali e sorretti e sostentati dalla classica loquacità incantatrice (dicesi scatola vuota) nostrana, una prospettiva di vita sempre maggiore. E così giù di pilloline magiche. Signor scienziato, elimini gli effetti collaterali ed ne aumenti l’efficacia. Signor medico, attinga il suo sapere nell’avanguardia degli interventi a cuore aperto in hospital day. Signor scienziato, nel bel mezzo d’un mio giochino mi sono preso quel dannoso virus, come si chiama, l’HIV credo. Per cortesia vorrei che la cura non interferisse con la mia quotidianità. Altrimenti che glieli diamo a fare tutte quelle centinaia di euro a quei topi da laboratorio?

Signor scienziato, ti diamo 800 euro al mese per un periodo determinato. Ma per il tuo bene. L’incertezza, prolungata all’infinito potrebbe stimolarti a mantenere altissimo il tuo livello d’efficienza. Sai, signor scienziato, non abbiamo soldi…ehm ce li siamo spesi andando da queste puttane che c’hanno pure attaccato il virus.

Scherzi a parte. Molti di voi se ne vanno al lavoro a 18 anni e già non si può che constatare come il potere d’acquisto stia vorticosamente calando.

Ma pensate a chi, senza protezione economica alle spalle, inizia la carriera universitaria, con nobili scopi.

Nobili scopi che gli adulti iniziano a non ricordare nemmeno più. Immaginarsi come li si possa valorizzare sufficientemente per rifletterli nel credo dell’attuale gioventù, presa com’è a saggiare nuovi prototipi di cellulari.

Per specializzarsi in un settore quantomeno decentemente si procede all’iscrizione presso una teneo. E la laurea, per chi non è di buona famiglia, non è certo sinonimo di vita agiata. Poi, molti si gettano nello studio per superare l’Esame di Stato. Altri iniziano il dottorato. Tre anni che possono diventare quattro a seconda dello studio intrapreso. Il Dottorato per la maggior parte dei ricercatori non viene retribuito, a meno che non ci si riesca a collocare nei primissimi posti della graduatoria stilata.

Segue poi il post-dottorato, un ulteriore sacrifico, in età adulta, a maturare la conoscienza in nome di chissà Dio cosa.

E poi, se si è fortunati piove dal cielo un assegno di ricerca. Un precariato che può terminare subito o può prolungarsi per sempre.

E le strutture sanitarie? E gli Atenei Universitari?

Andate a porre queste domande al Ministri Gelmini, che parla di contenimento delle spese. Sembra che sia una filastrocca imparata a memoria, ma ogni discorso inizi, o qualsiasi domanda le venga fatta si torna sempre alla stessa cantilena: “tagli”.

I tagli sono forzati stando al decreto legge 133/2008 che prevede l’eliminazione per 1500 milioni di euro di finanziamento al fondo ordinario da qui al 2013; un ridimensionamento delle nuove assunzioni che sono stabilite in rapporto 1:5 con i posti liberati, la trasformazioni di strutture pubbliche dalla denominazione ateneo in fondazioni universitarie che avranno tutta la libertà di fissare l’ammontare annuo della tassa di iscrizioni e dei contributi previsti per il corso di laurea.

Il riassorbimento dei 21 mila precari non si sa bene se avverrà nei tempi previsti (anni) in quanto il piano mostra lacune importanti segnalate da tutti coloro che vivono la scuola da protagonisti: studenti, professori, maestri e bidelli. Anche chi ammette che una riforma andava fatta salvaguardando le casse statali, non si trova d’accordo con un operato insano. Il risparmio non deve creare una situazione di disagio generale, che altro non può fare se non provacare a sua volta danni ancora più grandi. Semmai gli stessi investimenti dovevano essere più oculati. La riforma non doveva esprimersi come abolizione non propositiva, semmai come capacità pratica di ridistribuire le risorse individuando i rami marci e mantendendo e rafforzando quelli floridi. E così il decreto salva precari, sotto forma di indennità di disoccupazione più che un paracadute sembra un goffo tentativo di salvare la faccia ed evitare la rivolta popolare. Altro che inglese, computer e sostegno.

Finalmente a Gelmini parla chiaro e tondo e ammette che i tagli non sono sufficienti. E allora ci sarà da fare la fusione di alcuni atenei. In altre parole? Alcuni Atenei scompariranno.

Conti in rosso. Si chiude.

Qui ci si deve svegliare tutti. Non è colpa solo di un Ministro che litiga con i conti della spesa e che già fatica ad uscirne dal bilancio familiare. Non è solo colpa sua, se si sente in obbligo di ridurre del 15% il finanziamento statale all’università. E’ colpa di un disagio sociale che infierisce colpi mortali a nobili figure, quelle che si dedicano al lavoro e che utilizzano le proprie menti per lanciare e fornire soluzioni.

Se poi vogliamo fare i fighi e spandere i nostri averi nella moda, arricchendo quelle teste vuote di evasori, affaristi, riccastri che imperviano lungo le costiere, ben venga.

Morale della favola? Ve lo narro, espongo, ribadisco, canto, intono io signori miei. Cosa accomuna voialtri al Ministro? Semplice. Una mancanza pressoché totale di cultura.

 Abbonati Gratuitamente

Articoli Recenti

Condividi

Articolo scritto da:

L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *