Breaking News — 02 agosto 2010

In un paese democratico come gli Stati Uniti, il Washington Post è uno dei pochi giornali americani che riporta le parole di Fidel Castro1.

Con la classica maestria ed arte politica rovescia il problema dei dissidenti politici a Cuba e dopo la maxiliberazione focalizza l’attenzione su quell’atto antidemocratico che prosegue da oltre dieci anni.

Sono certo, che le concessioni del governo cubano fossero indirizzate anche ad ottenere in cambio la liberazione di cinque agenti cubani che scontano condanen durissime nelle carceri statunitensi per delle motivazioni assurde. Sono altrettanto certo che quei cinque cittadini cubani, stiano espiando sulla propria pelle la belligeranza tra due Nazioni la cui colpa è non saper comunicare.

Desideriamo tutti che l’embargo, o bloqueo per i cubani, cessi, ma credo che questo non sarà mai possibile se prima non iniziano a parlarsi lasciando alle spalle ciò che invece viene alimentato quotidianamente.

Il fatto è che secondo Fidel Castro uno dei cinque detenuti, un agente del controspionaggio cubano, che si era radicato in territorio statunitense per fornire le prove degli attenti che la mafia anticastrista stava organizzando, sarebbe oggetto di torture.

Torture negli Stati Uniti? Certo. Le abbiamo già viste filmate. Senza alcun motivo infatti Gerardo Herndez sarebbe stato trasferito in una cella d’isolamento di un carcere californiano e da diverso tempo gli vengono negate le cure mediche di cui necessita per alcuni problemi che si stanno via via accentuando.

Gerardo, che deve scontare due ergastoli, sta scontando la pena per essere implicato nell’abbattimento di due aerei che avevano ripetutamente violato lo spazio aereo cubano. In quell’incidente morirono 4 piloti.

A Gerardo vengono negati permessi basilari, come quello d’incontrarsi regolarmente con i propri familiari, ai quali non viene concesso il visto per entrare negli Stati Uniti.

Parola d’ordine in questa vicenda: sofferenza. Invece di ricercare il modo di attenuare la sofferenza umana e ridurre quell’odio che è la causa insita nel termine terrorismo, si fa a braccio di ferro per ribadire che ha ragione, e poco importa che quella sfida stia costando la vita, giornalmente, a coloro che votando chiedono impegno dei governi per ribadire valori mondiali quali pace e fratellanza. Forse, sono termini passati di moda, che poco impattano con il consenso propagandistico su cui fanno leva le strutture iperorganizzate dei nuovi partiti politici.

Ieri Obama ha fatto il bilancio dei suoi primi 18 mesi di governo e si è detto “non pienamente soddisfatto, in quanto non è riuscito ancora ad adempiere a tutte le promesse fatte”. Obama è l’elemento nuovo e di speranza. E poco importa se quando incontro qualche americano, probabilmente repubblicano, e mi fermo a dialogare sui problemi interni del loro Paese (tralasciando i nostri, in quanto è difficile associare il significato di Paese all’italia) mi dicano esplicitamente alla domanda “How is Obama?” mi rispondano “He’s a disaster”. Poco importa queste prese di posizioni, perchè sulla revoca dell’embargo tutti sono d’accordo. Di oggi la notizia che le associazioni agricole, la Camera di Commercio americana e le associazioni di stato industriali abbiamo chiesto l’approvazione di una legge che allevierebbe l’embargo contro Cuba, permettendo l’esportazione dei prodotti agricoli ed industriali2.

Ad esempio Cuba consuma 700 mila tonnellate di riso all’anno, ma di queste solo una piccola percentuale sono prodotte internamente. Il commercio con l’Isola è prioritario per enbrambe le nazioni. Da un parte vi è infatti eccesso di produzione e dall’altro impossibilità a comperare attraverso pagamenti in valuta statunitense anticipati per l’intera somma.

Queste sono le iniziative e le richieste pratiche che porteranno alla caduta dell’embargo. Non credo vi sarà mai un giorno in cui verrà interrotto questo provvedimento definitivamente. Credo piuttosto che il suo smantellamento inizierà per gradi e continuerà a fronte di cambiamenti che entrambi i paesi dovranno fare. Dare il via a questo processo vuol dire comunicare.

Chiare le parole che arrivano dagli agricoltori texani  che puntualizzano che la poltica ed i politici non devono entrare e compromettere gli equilibri del libero mercato.

“Cuba is a promising market. It is just time to make friends and feed them,: he said. “I think that America needs to use the products that they have, like food, and make friends with the world.”

fonte foto: internet (http://www.planetware.com/i/photo/cattle-grazing-around-windmill-on-texas-farm-tx375.jpg)

1 http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/07/30/AR2010073006622.html

2 http://www.wisconsinagconnection.com/story-national.php?Id=1531&yr=2010

 Abbonati Gratuitamente

Articoli Recenti

Condividi

Articolo scritto da:

L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

(1) Reader Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *