Elezioni Presidenziali Messico:vince la destra,perde la democrazia

L’esito delle elezioni in Messico lo si va dicendo da qualche giorno, e sebbene possa apparire condito di quel tocco di veniale polemica, è indispensabile inquadrare il contesto in cui sono avvenute le elezioni. Il contesto è quello dell’America Latina. Un continente che continua a dare segnali d’instabilità. Un identità storica millenaria che oscilla tra violenze, sudditanza e contraddizioni.

In Messico la vittoria nelle elezioni presidenziali  del candidato del  Partito Istituzionale Rivoluzionario Enrique Pena Nieto ha dato il via alla solita cantilena, ahimè giustificata, di proteste per brogli elettorali. Il candidato della sinistra progressista Andres Manuel Lopez Obrador, con un background di sconfitte politiche di misura notevole, ha protestato veemente parlando di brogli. Ciò ha portato alla cascata di proteste dei sostenitori, che sono ancora in atto, e alla pretesa di un riconteggio delle schede. Esaudita la richiesta per impedire l’estendersi delle violenze in lungo e in largo in una Nazione giù stremata dalla delinquenza dei cartelli della droga, la Commissione Elettorale ha riconfermato la vittoria di Nieto.

Sei punti di differenza. Troppo pochi per Obrador, che ha parlato di un milione di voti comperati dal PRI, partito che avrebbe anche superato il tetto imposto per i finanziamenti destinati alla campagna elettorale.

Una vittoria della destra che sarebbe  forse apparsa scontata in un altro momento, per un Paese tradizionalista come il Messico, ma non in un contesto dove si avverte la necessità di cambiamento radicale, magari dando fiducia alla sinistra che mai ha vinto in Messico.

E in America Latina pare che i finanziamenti stiano pressando questo desiderio di sinistra progressista, che laddove è stata libera di esprimersi ha portato a buoni risultati. Continente che piange, macchiato d’un golpe che appare col passare delle ore sempre più chiaro il Paraguay, piegato dal volere delle forze di polizia l’autorità del governo Boliviano, oltraggiato a Cartegena, nelle propria sovranità in una Cumbre in cui Cuba non ha potuto partecipare, svenduto al miglior offerente durante le elezioni in Repubblica Dominicana, scosso da ondate di violenza inaudite in Messico, turbato da una crescita scomposta e disorganizzata che talora si scorda completamente di salvaguardare aspetti volti all’equilibrio ed alla giustizia sociale.

In questo tipo di democrazie, continuano ad essere additate pseudo dittature quali quella di stampo bolivariano dettata dal grande progetto socialista di Chavez in Venezuela, o quella storica di Cuba della famiglia Castro. 

In realtà il concetto di democrazia nel senso stretto del termine è uno strumento per le allodole al fine di tutelare la propria immagine di fronte agli osservatori internazionali. Democrazia che ha perso i propri connotati e dietro a tale parole vige un prescelto di turno, sulla base di interessi anche al di fuori della nazione stessa. Il popolo è sovente strumentalizzato e spinto a votare, dietro una macchina finanziatrice smossa dagli ingenti interessi dei grandi investitori internazionali e soprattutto attraverso i consueti brogli elettorali che comperano ad uno ad uno gli elettori che disillusi dalla politica preferiscono accettare qualche centesimo o un pugno di riso.

C’è da dire che spesso, di questo voto spazzatura, il problema è proprio non si sa che farsene.

Fonte foto: http://www.ultimaora.net/

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L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

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