L'editoriale — 27 maggio 2010
E se il Che Guevara avesse conquistato la Bolivia?
ernesto guevara

fonte foto: internet.

Mi pongo sovente una domanda di fantasia che sorge spontanea e che esige una conoscenza dei fatti storici ed una ricostruzione sulla base di ipotesi verosimili. Domanda che non trova riscontro nell’unica realtà che, tra le infinite possibili, è finita per coincidere con il “fugace presente vissuto”  per una coincidenza derivante dalla somma degli eventi. Realtà, presente e fatti, cioè passato e quindi storia quotidiana. In mezzo a questo caotico caos di terminologia, la fantasia non è che uno studio di tutto ciò che poteva essere e non è stato, e che può aiutare anche a capire il cosa potrebbe essere. IL filo logico che tiene unito tutto ciò è il tempo, come scorrere degli aventi così come è percepito dalla natura umana.

Non ho la risposta e non è questo a cui voglio arrivare.

E’ interessante piuttosto rivivere, attraverso il paradosso di questa domanda, i momenti salienti precedenti la morte, o più precisamente, l’assassinio, del Che.

Cosa voleva portare a termine Che Guevara, qual’era il suo intento? Cosa significava per Che Guevara portare a termine?

Ernesto Guevara è stata una persona che si è impossessata della propria vita, che ha sfruttato il tempo a disposizione, ha individuato un significato esistenziale ben preciso ed ha perseguito il proprio scopo sino alla morte. Anzi, hasta la victoria (“fino alla vittoria”) comportasse questo anche la morte. La morte è stata in ogni caso una vittoria. Una vittoria diversa, drammatica sotto il profilo personale. Un ideale d’amore e romantico.

La vittoria a Cuba, è stata per il Che una battaglia vinta e non l’intera guerra. Credo che se ne sia reso conto poco dopo aver rovesciato la feroce dittatura di Batista.

Il suo compito non era finito. La sua missione era appena iniziata e rimandare ciò che aveva iniziato, avrebbe voluto dire non portarlo a termine.

Fece ciò che lo rese puro agli occhi di tutto il mondo e fece ricredere tutti coloro che credono che l’uomo non sappia resistere alle tentazioni che il potere porta con sé.

Lasciò le alte cariche di governo, salutò la propria famiglia, e riprese a perseguire la libertà per tutti gli oppressi del continente latino americano. Prima di essere giustiziato, fece intendere che l’averlo catturato, legato, imprigionato, non testimoniava una sua sconfitta. Forse sul piano militare, ma ciò non fece altro che provare quanto le idee e la convinzione riuscivano ad oltrepassare le barriere dell’ingiustizia. Il Che credeva nell’Uomo e l’uomo gli rese omaggio.

Il Che fu brutalmente assassinato e mutilato. Il barbaro gesto non fece altro che testimoniare quanto la determinazione del Che potesse mettere in pericolo l’ondata crescente di ingiustizie legate all’evolversi dell’imperialismo. Ma ammazzarlo non volle dire zittirlo. Fu una confessione, la prova di quanto un regime allo sbando stesse zittendo il popolo boliviano, confinato nel suo piccolo spazio, laddove i diritti fondamentali dell’uomo erano stati scordati ed annientati. In quel deserto di libertà che fù la Bolivia, compare ancor oggi, sullo sfondo d’un cielo mutato, l’immagine del mito: splende raggiante là, nelle sagome rigonfie ed in profili appena accennati di qualche nuvola fantasiosa, con quella striscia di colori vellutati e tinte romantiche che solo il tramonto sa regalare.

Questo coraggio ci mette i brividi e ci denuda tutti. Lo si confonde al giorno d’oggi specialmente come un briciolo di pazzia. Perché il coraggio porta a lottare ed andare avanti. Porta anche all’isolamento, alla sofferenza. Ma è l’unico modo per eliminare quelle barriere che ci alienano.

Talora ci si chiede cosa sarebbe successo se il Che fosse riuscito a rientrare a Cuba, o, cosa sarebbe Cuba con il Che. Sono convinto che il Che abbia fatto ritorno a Cuba e che chi la governa abbia sempre governato come il se il Che fosse lì, a presiedere ed obiettare sulle ripercussioni di ogni decisione presa. Credo che nelle coscienze il Che ci faccia ancora riflettere, ci dia la forza di essere Uomini migliori. In altre parole il Che, con il proprio operato e coraggio, ha esaltato le qualità della medesima cosa in cui credeva. L’ha fatta vivere. E noi attingiamo al suo coraggio e agli stessi valori che non possono essere trascurati o traditi né quando si viene minacciati, né quando si è in procinto di perdere la propria vita.

E’ questo sentimento umano custodito gelosamente dal popolo, che rende Cuba così speciale. E’ per questo che ci arrabbiamo quando la nobiltà storica si scontra con qualche aspetto sgradevole che il popolo deve sopportare, come lo storico embargo, o come alcune ristrettezze con le quali deve fare i conti e che vanno ad offuscare il talento del singolo. E’ per questo che siamo sdegnati quando qualche giovane cubano scorda la propria storia recente e si perde nell’orizzonte d’occidente, fatto di  luccichii beffardi e promesse di vuota pienezza.

Ritornando per un momento indietro nel tempo e ripercorrendo la vicenda si individuano nelle forze speciali statunitensi gli artefici dell’uccisione di Ernesto Guevara. Il medico argentino era stato catturato e ferito pochi giorni prima, quando i campi di battaglia boliviani erano da tempo diventati terreno bollente per i rivoluzionari dell’ELN (Ejército de Liberación Nacional de Bolivia) che non avevano trovato un completo appoggio dei partiti di opposizione boliviani, né dei contadini, così spaventati dall’esercito boliviano e dalle voci sui rivoluzionari diffuse appositamente al fine di creare intorno al movimento,la dissidenza necessaria ad isolarlo. Le forze belliche boliviane vennero gestite, istruite e capitanate dall’US Army, che temeva il propagarsi della Rivoluzione in America Latina. L’assassinio e la mutilazione fu una aggiunta di violenza laddove da sempre il potere veniva gestito con tale arma.

Il Che nell’andare in Congo e poi in Bolivia, non fece altro che portare fede a quanto espresso nei discorsi tenuti gli anni precedenti:

“In questa lotta fino alla morte non ci sono frontiere. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a quanto accade in ogni parte del mondo. Una vittoria di qualsiasi nazione contro l’imperialismo è una nostra vittoria, come una sconfitta di qualsiasi nazione è una nostra sconfitta”

“…I paesi socialisti hanno il dovere morale di liquidare la loro tacita complicità con i paesi sfruttatori del mondo occidentale” (Algeri, 24 febbraio 1965)

Si disse di tutto sul Che, e soprattutto che il consenso mancato in Congo ed in Bolivia fu dovuto al suo carattere idealista, sempre teso al confronto e mai al compromesso. Queste “mancanze” nell’importante processo di mediazione di cause politiche, infatti erano state tamponate da Fidel Castro nel corso degli anni passati, quando le tendenze filo cinesi di Guevara, si disse stavano portando a difficoltà con i rapporti con Mosca, soprattutto dopo  che Nikita Sergeevi? Chruš??v, aveva deciso di ritirare le testate missilistiche a Cuba, senza avvertire e consultarsi con lo stesso governo dell’isola.

Nonostante questo il Che aveva capito una cosa che ci rende comuni e che risiede nella denuncia dell’ingiustizia. Poi ogni individuo elabora questi dati di fatto a proprio modo e secondo al propria visione, ma quante persone hanno il merito di essere così coerenti e coraggiosi nel portare avanti con una convinzione sincera d’altruismo la loro battaglia, anche quando non vi è alcun interesse personale in tutto ciò.

Chiamatela pertanto pazzia, chiamatela come volete, ma resta un puro desiderio di rendere il mondo un luogo migliore e più altruista, laddove chi commette abusi e soprusi in modo gratuito e spietato, deve essere vinto.

Siamo in un secolo orrendo, tanto più siamo consapevoli che con la tecnologia ed il progresso odierno, le condizioni dell’individuo (e del pianeta) potrebbero essere ovunque in linea con il senso comune di dignità umana. Ed invece i tre quarti della popolazione mondiale si svegliano quotidianamente con l’unico scopo di allontanare lo spettro della morte.

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Articolo scritto da:

L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

(1) Reader Comment

  1. Ma il Che non voleva fare alcuna rivoluzione in Bolivia. Questa è la tesi di quelli che insistono sui fallimenti di Guevara. Il progetto suo era di preparare un campo d’addestramento rivoluzionario in Bolivia, per poi spostarsi in Argentina, dove avrebbe lì sì cercato di fare la rivoluzione.

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