Dall’Escozul Vidatox cubano alla nanotecnologia per lo sviluppo di nuovi farmaci antitumorali

Dall’Escozul o Vidatox che sia, distribuito inizialmente solo a Cuba in forma gratuita è nato un business.

Un prodotto sconosciuto ai più nel mondo è diventato un medicamento omeopatico in grado di destare migliaia di malati dal dolore quotidiano e risvegliare un barlume di speranza. Speranza, questa è la parola che permette al mondo d’andare avanti e alle persone di sognare un futuro migliore.

Ora il prodotto si chiama Vidatox seguito dalla diluizione 30CH. SI acquista e non viene più dato gratuitamente agli stranieri. Labiofam lo definisce un medicinale omeopatico estratto dal veleno dello scorpione Rhopalurus junceus, in grado di alleviare il dolore nei pazienti affetti da cancro e che riduce gli effetti collaterali tipici della chemioterapia e radioterapia.

Sono passati alcuni anni da questo boom e il mondo dapprima si è affacciato ad osservare e poi ha lavorato per affilare le lame e studiare se qualcosa di vero vi fosse. Uno di questi è stato uno scienziato statunitense dell’Università dell’ Illinois, il Dottor Dipanjan Pan.

Il Dottor Dipanjan ed il proprio staff hanno rispolverato l’idea, attingendo l’idea dell’utilizzo del veleno a scopi terapeutici già dal 14esimo secolo prima di Cristo, quando Plinio il Vecchio nei suoi saggi citava l’estrazione del veleno da alcune specie animali come rimedio molto efficace per combattere l’alopecia. Altri utilizzi si trovano nell’ampia branchia della medicina tradizionale cinese ed infine a Cuba.

Il problema di fondo di iniettare ad un paziente il siero del veleno è che si può andare incontro a pericolosi effetti collaterali quali shock anafilattico, infiammazione tessutale. Inoltre queste molecole non sono in grado sovente di differenziare completamente tra cellule cancerogene e cellule sane e quindi di ripercuotersi su altri aspetti dello stato di salute.

Ecco allora che se la natura contiene all’interno della propria varietà di specie sempre delle piacevoli sorprese, interviene la mano (o meglio la testa) dell’uomo per modificare le molecole estratte dalla tossina del siero del veleno di scorpione e la lavora per arrivare a delle caratteristiche più selettive nel confronto del bersaglio della patologia,con tutti i vantaggi per l’individuo.

Pan ha così sviluppato una tecnica per estrarre i peptidi e le proteine importanti per l’attività farmacologica e sintetizzare queste cellule curative. Nell sintesi non vi è ambiguità, o margini di errore, per definizione è sintesi. Queste molecole di sintesi vengono poi camuffate come una parte di nanoparticella in grado di bypassare le cellule sane e essere attratta solamente dalle cellule cancerogene. In altre parole queste cellule sono così strettamente legate alle nanoparticelle che fungono da veicolo che è impossibile che si riversino in siti sani causando tutti gli effetti secondari potenziali. Inoltre selezionare i peptidi con attività farmacologica e sintetizzarli permette massimo grado di purezza e riduce il rischio di variabilità negli effetti.

Ma non si parla solo di veleno dello scorpione. Si parla di studi a 360 gradi su veleni di tipo differente quali quello delle api, utile ad esempio per curare le cellule tumorali staminali, dove cioè parte lo sviluppo e la crescita di cellule tumorali che poi si disperdono con la formazione di metastasi.

Questo tipo di cura permette di avere un target ben preciso e non di colpire in modo indiscriminato cellule sane e non come nella radio o chemio-terapia.

Oltre che ad un lavoro di laboratorio vi è quindi una continua attenzione alla bibliografia, come nel caso del trattamento sperimentale per il cancro alla prostata, per il quale il Dott. Samuel Wickline dell’Università di Washington ha sviluppato, dal veleno prodotto api, delle “nanobee” che volano sino al bersaglio tumorale e riversano e si ancorano alla cellula malata e la forano per poi così riversare selettivamente la mellitina.

Il veleno delle api infatti, secreto da due ghiandole, a diverso pH, situate nell’addome, contengono acqua, istamina, mellitina, una isolecitina, apamina, ed altri due enzimi.

In due topi sono stati iniettati un tipo differente di cellule tumorali cancerose. Nel primo sono state impiantatee cellule cancerose derivante da un cancro al seno e nell’altro cellule tumorali di un melanoma. Dopo 4-5 iniezioni di mellitina si p visto che nel primo caso la crescita tumorale rallentava di un 25% e nel secondo dell’88% rispetto ad altri topi a cui erano stati inoculate le stesse cellule tumorali ma che non erano stati trattati. La mellitina veicolata in nanoparticelle risulta quindi selettiva e sicura, senza riversarsi in tessuti estranei al compito o andare ad interagire con enzimi fisiologici, dando risposte infiammatorie o patologiche. 

In altre parole si sta cercando di sintetizzare le parti attive farmacologicamente parlando, peptidi e proteine, contenute in questi veleni e si cerca con la tecnologia delle nanoparticelle di veicolarle verso un target reso specifico attraverso un vettore quale appunto le nanoparticelle. Si ottiene così, come confermato durante la Chemical Society conference, una risposta terapeutica differenziata e mirata ad un bersaglio specifico, inibendo così effetti collaterali spiacevoli.

Ecco quindi la speranza che è partita dall’Escozul tramutato poi nel medicamento omeopatico effettivo Vidatox 30 Ch e da qui si prosegue con l’aiuto di una combinazione d’ingredienti preziosi quali sintesi delle molecole potenzialmente attive e nanotecnologia. Le verifiche dai risultati sinora ottimali sono ancora legati allo studio sui due metabolismi animali, quelli di topo e maiale. Si proverà nello stadio successivo questa tecnica sugli umani, in un tempo stimato che va dai tre ai cinque anni.

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L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

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