Breaking News L'editoriale — 14 settembre 2010

Cuba ha annunciato di voler tagliare almeno mezzo milione di posti di lavoro statali. Il numero dovrebbe essere destinato a raggiungere, in un secondo tempo, un milione di posti di lavoro in meno a carico dello Stato. Contemporaneamente il governo cubano sta già favorendo il settore privato, di modo che i nuovi disoccupati vengano prontamente assorbiti dalla nuova forma d’attività.

Il Presidente Raul Castro aveva già parlato di questo taglio, ma in un arco temporale di 5 anni. Ora, probabilmente per le deficitarie casse del governo cubano,  si è deciso non solo di adempiere al progetto, ma anche di realizzarlo in tempi ristretti.

Ciò di cui si è parlato è la necessità di non far più pesare sulla salute dello Stato, aziende ed imprese statali che registrano storicamente ingenti perdite. Tali settori saranno oggetto di riforme finalizzate al ritorno all’utile, cosa doppiamente positiva, sia per i privati che lo svilupperanno, sia per lo Stato che si scollerà pesi oramai divenuti insostenibili, a beneficio del potere d’acquisto dei lavoratori.

Molti lavoratori cubani si sono già allarmati dalla notizia, ma, se come è vero molti di essi desiderano un cambiamento finalizzato ad un aumento delle loro entrate economiche, così sia. D’altro canto entrerà chiaramente in gioco un nuovo concetto per Cuba, conosciuto in tutto il mondo: quello della potenziale precarietà. Quel che pare evidente è che ora il popolo cubano si troverà a far fronte anche con l’altro lato della medaglia di una economia con un differente profilo, seppure sempre incentrato sul carattere sociale improntato nel DNA della rivoluzione stessa.

I tempi sono cambiati e ogni rivoluzione fresca deve adattarsi al meglio ad essi. Il sogno di Che Guevara – come riporta il Guardian – di creare un “uomo socialista” motivato più dagli incentivi morali che da quelli materiali è stato già da lungo tempo abbandonato.

Il controllo statale, che raccoglie oltre il 90% delle attività totali è destinato a scendere. Non si conoscono ancora i settori che saranno presto soggetti ad autorizzazioni per lo sviluppo di attività private. E’ ovvio che però si parla dell’inizio di una grande revisione.  Non si tratta di scontro con l’ideologia che sorregge il sistema, ma piuttosto di un’esigenza di attuare ciò che gli permetterà di sostenerlo ed alimentarlo.

Raul infatti dal 2008 difende a denti stretti l’ideologia socialista, come unico sistema che permette all’uomo di non scadere in una definizione di sola ottica commerciale quanto disumana, ma ha ammesso senza mezzi termini che vi sono seri difetti da correggere. Ha infatti detto: “dobbiamo cancellare quell’idea comune che cuba è la sola nazione al mondo in cui si riesca a vivere senza realmente lavorare. Il duro ed asfissiante embargo, non deve essere guardato come il solo responsabile dei mali dell’Isola.

Che Castro abbia voluto dire o meno che il sistema cubano non funziona più, si deve correre ai ripari, per mantenere alta la bandiera e le conquiste sociale, accompagnandole anche da conquiste del lavoro, il vero malessere che vede responsabili tanto il sistema quanto la stessa mentalità cubana.

http://www.guardian.co.uk/world/2010/sep/14/cuba-privatisation-state-job-cuts

http://edition.cnn.com/2010/WORLD/americas/09/13/cuba.economy/

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