Ha preso parte l’Assemblea per le Nazioni Unite. Per la diciannovesima volta in altrettante votazioni non è cambiato nulla. Non è cambiato l’esito della democratica decisione, ed è rimasto immutato il risultato finale. L’embargo degli Stati Uniti verso Cuba resta in vigore.

L’Assemblea Generale dell’Onu, dopo la solita discussione dei Ministri dei vari Paesi ha votato ancora una volta compatta.

L’esito del voto parla chiaro: 187 paesi hanno votato per la rimozione del blocco economico. Due paesi hanno votato contrario (Usa e Israele) e altri tre si sono astenuti (Micronesia, Isole Marshall e Palau).

Eppure si sperava che qualcosa cambiasse con l’arrivo del Presidente, Nobel per la Pace, Obama.

E si sperava anche che il 26 Ottobre 2010 fosse la giornata storica tanto attesa, non tanto per i governi, quanto per due popoli che da troppo tempo sono divisi da un immaturo muro di Berlino. E di questa situazione sappiamo quanto ne soffrano.

Si sperava per i passi fatti, per le riforme economiche preannunciate dal Governo Cubano, per la maxiliberazione di 52 detenuti politici, seguita in questi giorni da altri due accordi di liberazione.

USA ed Israle invece, ancora una volta sono andate contro il mondo, contro il volere della gente, contro la democrazia e gli stessi loro elettori.

E se, secondo democrazia la maggioranza ottenuta dovrebbe sancire la fine dell’embargo, la sovranità dei popoli implica che il voto non sia vincolante e che la decisione finale spetti comunque al Paese stesso. Questa opposizione serrata del Mondo intero al mantenimento dell’embargo, dovrebbe avere il potere di far riflettere e mediare gli USA, ed invece gli stessi latitano negli stessi valori che professano e mostrano il loro lato peggiore, la strafottenza di non saper mediare le proprie decisioni. Se Cuba è dittatura, e non vogliamo entrare in merito, di certo su questo versante non sono da meno gli Stati Uniti. Il loro è un comportamento disarmante per ipocrisia e totalitario per negazione al dialogo.

Si sperava, nel clima di tensione mediorientale, che le parole di Castro al giornalista statunitense Jeffrey Goldberg, avessero disteso i rapporti con Israele, con la quale da decenni vengono a mancare i rapporti diplomatici ufficiali. Castro aveva condannato le parole d’odio razziale del Presidente Iraniano Ahmadinejad, affermando che è necessario portare massimo rispetto, a chi, come gli ebrei, ha sofferto più di tutti. A fronte di queste parole era stato lo stesso leader israeliano Netanyahu a dirsi, attraverso il quotidiano Haaretz, “pieno di ammirazione”, per i contenuti espressi dal Presidente cubano.

Ora il voto d’opposizione alla reiterazione dell’embargo suona come una doccia fredda. Un’altra mancata occasione di lanciare un forte segnale di Pace, che passa da Israele e abbraccia Cuba e gli Stati Uniti, divisi oramai dagli interessi di qualche potente lobby e di una comunità anticastrista sempre più isolata dal comune pensare del popolo a stelle e strisce.

Evidentemente la linea politica del governo americano resta quella di attendere un forte cambiamento della politica interna prima di terminare il pressing asfissiante; questo, nonostante il preannunciato cambiamento nei rapporti con Cuba dell’Amministrazione democratica che tra pochi giorni si troverà ad un primo banco di prova elettorale.

Era stato il cancelliere cubano Bruno Rodriguez, dinnanzi all’Assemblea Generale, a manifestare un mese fà i propri dubbi per l’operato dell’Amministrazione del Presidente USA Barack Obama, che oltre a non aver mai intrapreso un processo di pace, ha rinvigorito il blocco economico con un aumento delle sanzioni all’indirizzo delle aziende terze in affari con Cuba.

E’ così che entriamo a contatto con i numerosi e gravi effetti collaterali provocati da questa guerra ideologica. Leggiamo, in una lettera indirizzata al Presidente cubano Raul Castro, tutta la disperazione della moglie di un cittadino americano, Alan Gross, agli arresti a Cuba dal Dicembre scorso per essere un sub-contractor della USAID, la Fondazione americana che stanzia fondi per creare una opposizione democratica a Cuba. E’ così che si spiega il perché Gerardo Hernández, uno dei 5 cittadini cubani, chiamati spie o eroi a seconda delle parti, abbia potuto incontrare per la prima volta la propria moglie dopo 12 anni di detenzione, a causa di un visto non rilasciato.

Sette cittadini americani su dieci secondo gli ultimi sondaggi sono favorevoli alla cessazione dell’embargo con Cuba. Lo è il mondo intero, ma la democrazia statunitense continua a non ascoltare il proprio popolo e ad assumere le sembianze d’una dittatura.

Sono corrette le parole della signora Gross quando nella lettera a Raul Castro dice “si sta utilizzando mio marito come una pedina nella partita a scacchi che da lungo tempo USA e Cuba stanno giocando”.

Obama non si sta dimostrando all’altezza delle aspettative che lo avrebbero voluto più coraggioso nell’intraprendere il processo di cambiamento promesso. Crediamo che il popolo statunitense lo ribadirà nelle elezioni Midterm che si terranno il prossimo 2 Novembre.

fonte foto: internet (www.panoramio.com)

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