Breaking News U.S.A & America Latina — 01 settembre 2014
Colombia: El Popeye, il capo dei sicari di Pablo Escobar torna in libertà a Medellin

23 anni di buio. Aveva fatto il suo ingresso dietro le sbarre in una Colombia differente. Una Colombia ferita dalla guerra. Il cartello di Medellin era riuscito a mettere in ginocchio lo Stato Colombiano a suon di autobombe, ben più di quanto siano riuscite a fare gli stessi paramilitari o le stesse FARC. La fuga del genio del male, Pablo Escobar, dal carcere scenico “La Catedral” era stato l’inizio della fine per lo stesse jefe. Il tracollo del potere del cartel de Medellin, le forze speciali della polizia e dell’esercito colombiano in collaborazione con quello americano, con il settore del Bloque de búsqueda e con i Los Pepes, avevano rasentato al suolo la possibilità per il cartello di risollevarsi. Uno ad uno sono stati colpiti i bersagli nevralgici indebolendo quell’individuo che per tanto tempo aveva sognato di diventare Presidente della Repubblica di Colombia.

Poi tutto cambiò. Come nelle partite a scacchi prima o poi una mossa cambia lo scenario e come l’esperienza insegna ogni imbattibilità presto o tardi che sia è destinata a diventare un numero da ricordare sino al prossimo primato. E siccome quel primato spetta ancora all’odiato-amato Pablo, così Popeye traccia una linea diretta con la storia e torna ad uscire per quella porta, da dove 23 anni fa, lo stesso patron gli aveva suggerito di “costituirsi” alla giustizia colombiana.

Giorno epico. Scontata la pena con condotta eccelsa, è uscito John Jairo Velasquez Vazquez, el Popeye.

Ha collaborato con la giustizia in tutti questi anni, ha contribuito a chiarire molti punti bui del decennio più violento che la Colombia abbia mai conosciuto. Collaborare con la giustizia non sò se voglia dire raccontare la verità o raccontare la verità che gli è stata imposta di riportare, come in una recita. Sono convinto che sia la seconda ipotesi quella corretta.

Si è pentito per i gravissimi errori fatti, ma non tradisce con le parole il rispetto per Pablo, un genio come lo definisce, un lider carismatico, buono all’interno di regole rigidissime che una volta violate conducevano inevitabilmente a morte certa.

Per il figlio di Luis Carlos Galan, ricordando il padre candidato presidente ammazzato dal cartello, gente come Popoye, che si calcola abbia ucciso per propria mano circa 300 persone e che coordinò oltre 3000 omicidi, non vi è tempo che possa essere sufficiente a far espiare le colpe, ma se la norma colombiana stabilisce che la pena è stata scontata, non ci si può opporre tirando in gioco risentimenti personali di qualsiasi natura. Popeye nel corso della propria detenzione ha ammesso senza alcuna forzatura tutti questi omicidi. Molti di essi li chiama “errori”, per altri e’ ancora convinto siano stati commessi per validi motivi. In ogni caso “eravamo nel bel mezzo di una guerra” e quando la vivi non hai il tempo di chiederti se sia giusto o meno. “Uccidi e vai avanti”.

Una intelligenza tattica e fine quella del patron, in una intervista el Popeye definisce Pablo Escobar un uomo di parola e con un carisma unico, che ha iniziato la guerra contro l’oligarchia corrotta dello Stato alleato con gli statunitensi. Si percepisce ancora oggi un rispetto immacolato quando si parla del capo Escobar, tanto che quando venne ucciso – confessa Popeye – “fu la giornata piu’ triste della mia vita.ero arrivato a credere he fosse immortale”.

Non entriamo nei meriti di questa guerra perché molte sono le pagine ancora bannate e sotto segreto di Stato. Lo Stato Colombiano e quello Americano avevano capito che l’80% della gestione mondiale del commercio della polvere bianca avrebbe provocato un nemico scomodo, soprattutto se dotato di doti intellettive come quelle di Escobar. Lo sà bene anche Popeye, l’unico sopravvissuto del clan che ora inizierà per la calle, sempre in libertà vigilata, una nuova sfida. Quella di sopravvivere a probabili ritorsioni. Come lui stesso ha riferito “ho l’80% di essere assassinato”.

Da due giorni è uscito dal carcere di massima sicurezza, seguendo un vero e proprio protocollo per eludere i mille giornalisti dalla destinazione finale.

Popeye è una pagina di storia in quel di Medellin. In quella città tesoro, dell’eterna primavera entre cui si è svolto un film drammatico e duro. In attesa di poter fare chiarezza ulteriore su quanto il cartello abbia realmente lottato per salvaguardare i propri interessi e quanto lo Stato lo abbia attaccato per il bene del popolo Colombiano più che per la salvaguardia di una certa forma di politica.

 

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L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

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