L'editoriale — 07 agosto 2016
Che Guevara e facebook: l’involuzione del pensiero e degli ideali

Una bellissima canzone del Professor Vecchioni, ripercorre in un commovente dialogo epistolare tra madre e figlio, il lato umano della storia dell’argentino naturalizzato cubano, Ernesto Che Guevara.

Nello scambio epistolare si coglie la sofferenza alla base della lontananza del figlio, impegnato a combattere e ad anteporre alla propria individualità un chiaro obbligo morale rivoluzionario con un destino pressoché segnato. Lo sapeva la madre, lo sapevo lo stesso Ernesto.

In un mondo dove gli ideali sono stati annientati dalla vuota comunicazione tecnologica e da un’agonizzante identità in bilico tra il cybernetico ed un’aspirata personalizzazione mediatica del reale, un volto vivo ci desta dal torpore e ci riconduce per mano nel mondo reale.

Alla mente un boato sorso esplode e rimbomba all’improvviso, chiedendoci quale maturità personale può aspirare ad essere incentrata sulla propria individualità senza chiedersi quali mali affliggono la società in cui viviamo?

La nostra politica finanziaria ha messo in ginocchio intere zone del mondo che ora si riversano in lungo ed in largo al di là di fantasmagorici confini, destabilizzando un vuoto mentale impreparato ad affrontare gli stessi problemi che le scellerate politiche economiche hanno generato e continuano ad alimentare. Gli ideali per sopperire a questo vuoto di pensiero sociale dove sono? Sono là, dispersi all’orizzonte, vacillanti oggetti in preda alle onde, assopite nell’alcol dell’aperitivo pre-cena, nell’ennesima festa sterile fatta di abbracci, baci che si ripete all’unisono nel vano tentativo di riempire un vuoto di pensiero. Un paradosso dei giorni nostri osservare i sempre giovani non giovani. Pluri-cinquantenni annacquati mescolarsi a teenegers, molleggiarsi in atteggiamenti equivoci nascondendo con antidolorifici l’insorgere dell’artrite reumatoide. I sempreverdi, tra una session in palestra e l’ultima lezione del corso dell’università della terza età, pronti a prendere l’aereo con la propria valigetta esotica in mano, eccitati a farsi fotografare con un mojito in mano con l’ansia di pubblicare il tutto su facebook e confidando nel riscontro mediatico della propria popolarità.

Persone adulte a caccia di pokemon, persone pronte a ribadire il proprio essere vegani, individui persi nella protezione di un povero cane ammalato perdendo di vista le priorità che il mondo malato necessita. Scorciatoie che snobbano antichi valori, famiglie di fatto, miste, procacciatrici di terze figure, fantasmagorici improbabili italianizzati, ed italiani orginal al tatto impegnati a rinnegare la propria identità per generarne una sugli assiomi di una moda senza storia. 

Come Battiato cantava “cercasi centro di gravità permanente“, l’individuo dovrebbe cercare di elevare il proprio stato di conoscenza e da osservatore essere immune agli stati che ci affliggono quali sofferenze e lamentele. Attraverso questa centratura, l’illusione della nostra individualità viene meno e siamo liberi di “vedere” senza essere chiavi di opinioni personali, preconcetti, pregiudizi.

Eppure oggi l’oggettivo viene meno, stretti nella morsa della società, delle false fedi, delle credenze, degli assiomi di Apple e Samsung, internet diviene regno di disinformazione, filtrare diviene impossibile e si estingue un flusso reale di cultura, osservazione e presenza che converge per l’appunto di un centro di gravità permanente.

I sentimenti sono immaturi. Il pathos greco è un lontano ricordo e secoli di storia restano parole astratte, trascinate nell’oblio dai guru dell’immagine che cantano in un disordine organizzato, sulle note d’un aberrante raggaeton; e così viene meno quella saggezza a portata di mano, implicita nella semplicità, nel sapere dei nostri antenati, nella logicità di una concatenazione di pensieri. Da qui emerge la diversità, al tempo stesso da qui nasce la maturità.

Da questi controsensi è nata l’identità che ha nutrito   i primi anni dell’amata Revolucion cubana, caratterizzati dalla lotta, dall’impegno e dalla voglia di vivere e scrivere pagine non banali, di storia, per nulla associabili ad un sterile e vuoto pensiero individuale, che tristemente riempiono le giornate nello sterile ritrovo chiamato “facebook”. La rivoluzione era una risposta tangibile alla repressione, alle ingiustizie perpetrate agli africani, alle forti tinte di razzismo, all’occupazione straniera, alla repressione d’un dittatore feroce quale Batista. E anche e soprattutto Ernesto Che Guevara ha tinto d’ideali la Rivoluzione, cubana e non solo. Ed ecco che ancora una volta, il dottore argentino, che scrive versi d’amore tanto affettuosi alla madre, ci viene d’aiuto e attraverso le proprie memorie ci riconduce alla vera libertà, il pensiero che genera l’azione che altro non è che il coraggio di vivere.

 

fonte foto: clicca qui

 Abbonati Gratuitamente

Articoli Recenti

Condividi

Articolo scritto da:

L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *