Aggiornamento Bolivia e Paraguay: le cause dell’instabilità dell’America Latina

In democrazia il governo è spesso lo specchio della volontà del popolo.

In America latina il termine golpe è entrato tristemente nella storia e testimonia l’instabilità politica di quella zona. E se Aristotele ci ha insegnato a trarre le conseguenze il sillogismo ci viene incontro e ci dice quanto instabile sia la personalità dei latini.

Un popolo con tante virtù, che esalta il presente e cerca di coglierne ogni lato di vita vera, vissuta. Sovente, questo vivere appieno la vita, riflesso istintivo degli umori del momento, alla lunga si riflette in una incapacità di dare una coerenza ad un contesto più ampio. E così tanti progetti iniziati con entusiasmo vengono lasciati a metà e accantonati o dimenticati per assaporare l’ennesimo cambio di rotta, il nuovo che a sua volta si perde in un ennesimo dispendio di energia.

E’ questa la chiave di lettura in cui ricercare le difficoltà dell’America Latina. I filoni più logici ed intellettuali hanno un amore per il proprio popolo, per la propria bandiera quasi viscerale, com’è tipico dei popoli latinoamericani, e perdono completamente l’obiettività di giudizio.

I popoli latini non sono mai stati trascinatori. Non sono mai stati organizzati nel loro intento e il problema sta nella mentalità popolare. Una mentalità che a livello economico impersonifica i connotati della tragedia greca.

In Bolivia la polizia è tornata al proprio lavoro dopo una settimana di veementi proteste, che avevano fatto preoccupare non poco il Presidente Morales, secondo il quale lo sciopero nascondeva i presupposti per un colpo di Stato. Ma un accordo ha fatto si che i poliziotti tornassero al lavoro, giusto in tempo per contenere la marcia che è arrivata a La Paz il 27 giugno, giorno successivo alla stipula dell’accordo stesso. La fine della trattativa ha permesso di controllare senza eccessivi problemi la mobilitazione finalizzata all‘intangibilità del Territorio Indígena y Parque Nacional Isiboro Sécure (Tpnis) che è giunta in capitale dopo una marcia di 600 km e 62 giorni. Una decisa protesta contro la costruzione di una strada in territori indigeni che andrebbero maggiormente tutelati e salvaguardati. Ma la Bolivia è un fermento di proteste che sovente tergiversano nell’illecito ed accarezzano velatamente l’idea consueta di un cambio di rotta in stile consueto, immediato. L’ennesimo cambio violento ispirato all’illogicità di cui parlavo precedentemente. Il Colpo di Stato in Bolivia è una concezione violenta che parte da lontano, da tutte quelle ingiustizie, contraddizioni, illogicità che brulicano nel panorama nazionale e che sottraggono forze vitali ad un governo che lotta per cambiare il passato fatto di dittature e repressioni, ma che ancora deve trovare “la giusta posizione in campo” , la ricetta, per controllare i diversi elementi di destabilizzazione. Aver accontentato le forze di polizia è stato un salvarsi in extremis, una scelta forzata ma che non contribuisce ad aumentare stabilità.

In Paraguay la medesima cosa. L’operato di un governo è stato tristemente fermato. Un governo che sembrava godere del consenso delle masse, ma entro le quali si muovevano altrettante correnti con il desiderio impellente di cambiare tutto, subito. La destituzione di Lugo è avvenuta dietro una architetta persecuzione del leader di governo, secondo un cable Wikileaks, che riporta una nota diplomatica riservata, sin dal 2009 era in corso una “persecuzione politica” volta a cambiare il Presidente.

Una testimonianza in tal senso ci arriva, grazie alla nostra fonte Ines Kainer, scrittrice argentina, a cui è arrivata la testimonianza del Ministro degli Affari Sociali nell’ormai ex-governo Lugo. Le parole del Ministro: La situazione è peggiore di quella dei tempi di Stroessner! Il nostro Paraguay sta vivendo una triste quanto dolorosa pagina…tutta l stampa, salvo alcuni giornalisti hanno accompagnato questo Colpo di Stato…mi sento molto desolata…però continuiamo a farci forza e lottare uniti, perché l’accaduto è un chiaro esempio di movimento dell’impero (ndr: Stati Uniti) al fine di abbattere i governi democratici della nostra amata America latina.

Quel che non deve accadere però è cercare le cause ed i nemici in un mare d’ipocrisia e al di là delle responsabilità interne. E’ la prassi addossare le colpe al governo statunitense, l’orco cattivo. E le congiure ci sono, innegabile. Strano sarebbe il contrario. Al di là degli artifici teorici, il mondo è smosso da interessi e se non trova un impegno volto a contenerli ed impostarli secondo un codice etico ne è ovviamente travolto. Ma l’orco affonda le proprie unghie laddove sà di non trovare questa forma di resistenza, intesa come organizzazione logico-mentale e quindi sociale. E così eccoli i latini, inconsapevoli forse dell’orco, con tutti quei completini unisex raffiguranti la bandiera americana, impalati ed ignari di tutto, come se fossero gli intellettuali stranieri o piccole cerchie  di ben informati a lottare per le sorti di questi popoli. I “latini occidentali d’importazione” sono in tal senso la massima espressione, mezcla dell’illogico, del superficiale e dell’ostentata incoerenza e banalità. Una pochezza che è il seme su cui forse cresce forte il controllo nordamericano, non come responsabile diretto dei mali di questi popoli  ma come semplice conseguenza umana verso chi mostra poca consapevolezza e maturità nel gestire un progetto comune secondo logica . E a suggerirci questo ancora una volta è proprio la storia.

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L'autore, ama viaggiare, conoscere e condividere le mille e più sfaccettature della realtà. Racconto nella totale indipendenza, un mix di attualità, scienza, rispetto dell’ambiente, progresso e tradizioni. La mia penna va sempre e comunque per la propria strada.

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