“El que debe vivir” è un telefilm storico-poliziesco, prodotto dagli studi cinematografici dell’Istituto Superiore di Scienze Poliziesche del Ministero degli Interni di Cuba, che offre – in otto episodi – una dettagliata panoramica sui finora 638 (falliti) attentati alla vita del Comandante en Jefe Fidel Castro dal 1953 ad oggi.

Il titolo di questa serie televisiva prende spunto, come veniamo a sapere all’inizio del primo capitolo, da una frase detta da Abel Santamaría alla sorella Haydée durante la presa della caserma Moncada, il 26 luglio 1953: «No te preocupes Yeyé, el que debe vivir.. es Fidel». Tale affermazione sottolinea quanto, fin dai primi momenti, la sopravvivenza del Líder Máximo sia stata vista come indispensabile per la vita del movimento rivoluzionario.

A differenza di quanto avviene di solito, la CIA e l’FBI non si discostano da tale opinione: per abbattere con certezza la Rivoluzione a Cuba è necessario assassinare Fidel. La perseveranza con la quale sono stati portati avanti i tentati omicidi per decenni ha messo a dura prova le capacità della squadra addetta alla “sicurezza dello stato” del Ministero degli Interni. La fiction, difatti, non è incentrata tanto sulla personalità di Fidel (che, a essere sinceri, nelle prime puntate compare pochissime volte) quanto sul lavoro compiuto dai servizi segreti cubani per cercare di sventare gli attentati.

La storia della Rivoluzione viene così divisa in tre piani paralleli e fra loro comunicanti: quello pubblico, costituito dalle vicende note ai più; quello dei servizi segreti, che potremmo definire “la parte sommersa dell’iceberg” e imprescindibile per la vita dello stato. Infine, a questi due piani politici se ne sovrappone un terzo, ovvero quello delle vite private degli agenti segreti, tre generazioni di padri assenti, mogli che condividono quel sacrificio e compañeros de revolución.. come già ai tempi suoi fece notare  il Che.

Gli agenti protagonisti della serie si trovano a dover sventare attentati di tutti i tipi, in cui compaiono gelati avvelenati, palle da baseball esplosive, tute da sub impregnate di sostanze irritanti, bazooka, fucili di precisione, sigari contaminati con sostanze tossiche e terroristi inossidabili come il tristemente noto Luis Posada Carriles. Viene anche sottolineato il ruolo della mafia italiana (es. Johnny Roselli) e della Cuban-American National Association nella promozione e finanziamento delle azioni terroristiche contro Cuba. Fantascienza? No, episodi smili sono accaduti e continuano ad accadere in America Latina, basti solo pensare al recente colpo di stato in Honduras.

La narrazione poliziesca, piena di suspence e dal ritmo incalzante, rende piacevole l’aspetto documentaristico e storico, dettagliato e preciso nelle fonti (nomi, date, fonti di archivio, filmati e articoli dalle riviste dell’epoca). Divorando una puntata dopo l’altra, ho appreso notizie e dettagli che finora non avevo mai trovato nei libri. Il montaggio presenta un taglio moderno, alterna scene a colori e in bianco-nero, originali e recitate, fabula e intreccio, dialoghi recitati in lingua straniera e sottotitolate, didascalie, etc. Le riprese  sono durate tre anni ed hanno richiesto la partecipazione di 243 attori e più di 800 comparse: insomma, un telefilm con pretese da kolossal.

Se qualcosa di questa miniserie non mi ha convinto, questa è l’ultima puntata: troppa retorica di propaganda, troppe apparizioni sullo schermo di Fidel (soprattutto rispetto agli episodi precedenti), superflua la galleria fotografica con le immagini più famose del Comandante. Da un’attenta analisi storica si passa al panegirico: “Las ideas no se matan”, si legge alla fine. L’elogio doveva andare tutto a quegli abili, laboriosi, invisibili agenti del governo, non alla popolarissima icona di Fidel.

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